Le barriere a scuola non hanno giustificazione

Guardando ai limiti dell’integrazione scolastica

medeghini (300 x 300)

Roberto Medeghini

Non sono molti i Paesi oltre all’Italia che hanno messo in pratica i principi dell’integrazione scolastica. Nella maggior parte degli altri Stati si preferisce restare legati alla soluzione delle classi speciali e alla separazione dei percorsi educativi tra studenti abili e studenti disabili. L’esperienza dell’integrazione scolastica, da noi invece tanto radicata, è senz’altro un nostro fiore all’occhiello. Per questo dichiararne dei limiti è difficile e spesso si rischia di venire malintesi. Ce lo racconta il docente universitario Roberto Medeghini, che insieme ad altri colleghi (Simona D’Alessio, Angelo Marra, Giuseppe Vadalà ed Enrico Valtellina) ha affrontato questo argomento da un punto di vista critico, ma con l’obiettivo di migliorare l’esperienza italiana degli studenti con disabilità spingendo verso uno spostamento dal concetto di integrazione a quello di inclusione. Se Assente Ingiustificato si propone di agire per un miglioramento pratico, gli studi di Medeghini e colleghi si propongono di intervenire da un punto di vista concettuale.

Invitiamo i lettori a leggere l’intervista appena pubblicata in Superando.it, realizzata in occasione della pubblicazione del primo libro sui Disability Studies pubblicato in Italia. Si intitola Disability Studies e si riferisce a un’area di studio interdisciplinare che critica l’approccio medico nell’interpretazione del concetto di disabilità. Ne scriviamo in questo blog perché la caratteristica peculiare dei Disability Studies italiani è che, come appena accennato, essi partono da una critica al concetto di integrazione scolastica, critica che non può essere proposta in nessun altro Paese mancando altrove l’esperienza in proposito che ci caratterizza.

Ecco un estratto dell’intervista:

“…era evidente che il concetto di integrazione scolastica stava avendo le prime difficoltà, che si sono accentuate soprattutto per l’incrementarsi della delega educativa e di apprendimento all’insegnante di sostegno da parte dei docenti curricolari: da qui la nostra critica a un modello integrativo che utilizza l’insegnante di sostegno come un elemento di “immunizzazione” e difesa dal cambiamento dell’organizzazione e della didattica».

Può spiegare meglio questo concetto?
«Nella riflessione integrativa il concetto di risorsa è molto in evidenza: l’insegnante di sostegno ne è un esempio, così come gli educatori. Il problema è che le risorse non sono utilizzate per il cambiamento dell’organizzazione, della didattica e del modo di fare scuola o di essere educatore. Le risorse vengono prevalentemente utilizzate per adattare gli alunni e studenti con disabilità alla scuola, permettendo così ad essa di rimanere sempre uguale a se stessa, nonostante i tentativi di molti insegnanti di sostegno. Per assurdo, l’insegnante di sostegno da elemento iniziale di cambiamento, si è trasformato in uno “strumento di difesa” dell’organizzazione scolastica. Questo approccio integrativo non comporta la necessità di intervenire sul sistema base della scuola, e invece è modificandolo che si produce una realtà scolastica per tutti».

Sta facendo riferimento alla differenza tra i concetti di integrazione* e inclusione**?
«Esattamente. Occorre modificare il sistema di organizzazione. Se insegno in un certo modo ed escludo, devo modificare l’organizzazione e le metodologie per includere. Invece, in diversi casi, la presenza dell’insegnante di sostegno permette di tenere il sistema di base inalterato.
Dalle ultime analisi sull’integrazione scolastica (si veda ad esempio il manuale edito da Erickson nel 2011, Gli Insegnanti e l’Integrazione. Atteggiamenti, opinioni e pratiche, di Dario Ianes, Heidrun Demo e Francesco Zambotti), risulta un’alta adesione al concetto di integrazione come idea, ma il 50% degli intervistati ammettono che nella pratica non è stata attuata. Si pone quindi un problema relativo alla teoria e al modello stesso dell’integrazione.
Con i miei colleghi abbiamo cominciato a interrogarci. Come mai il concetto di integrazione, nato negli Anni Sessanta e Settanta e recepito come un processo di cambiamento, oggi sta subendo un freno? Come mai nella scuola e nel sociale si rileva un aumento nelle richieste di risorse, ma queste vengono utilizzate per compensare un deficit e non per cambiare situazioni e àmbiti in cui le persone vivono? E questo coinvolge sia l’ambito scolastico che quello sociale e dei servizi per la disabilità».

Ci può fare un esempio?
«Certo. Molti servizi hanno delle convenzioni con le piscine pubbliche e realizzano un progetto per permettere alle persone con disabilità motorie o intellettive di entrare in uno spazio sociale e relazionale. Ma, in diverse situazioni, si attrezzano delle corsie riservateo si propone l’accesso in orari particolari. Sono modalità diffuse che si incontrano anche nelle pizzerie o nei ristoranti, dove alla richiesta di riservare un tavolo o più tavoli a un gruppo di persone con disabilità che fanno riferimento ad un servizio, si chiede di presentarsi in un orario dove non è ancora presente la normale clientela. Questi esempi sottolineano che se non modifico ed educo i contesti, rimango sempre all’interno di una concezione della disabilità che è prigioniera del suo deficit e quindi prigioniera di un meccanismo di compensazioni e di esclusioni».”

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1 Risposta »

  1. Interessante che vengano proposti rilievi concettuali critici sull’integrazione verso l’inclusione. Lavoro da anni come educatore nelle scuole e ho recentemente pubblicato un libro sulla mia esperienza e l’orientamento che mi guida. Trovo necessaria che integrazione e inclusione siano bucati da ciò che per ogni soggetto non sottostá a questa dialettica

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