Le barriere a scuola non hanno giustificazione

Racconto: “Ventisette frammenti di vita” di R. Rutigliano

Per gentile concessione dell’autore Riccardo Rutigliano, pubblichiamo il racconto Ventisette frammenti di vita della raccolta inedita Con tutte le nostre forze.

 L’uomo dava le spalle alla porta che rappresentava l’ingresso in quella camera dalla luce soffusa. Egli si trovava infatti alla scrivania, che stava addossata alla parete in fondo alla sala, con la sola lampada da tavolo come fonte di luce per le sue azioni e per tutto il rimanente spazio circostante. La vocina risuonò squillante e curiosa alle sue spalle: <Zio, zio… che cosa stai facendo?>. L’uomo volse leggermente il capo in direzione di quella voce <Ah, Marco… sei tu?> disse, senza tuttavia azionare il comando che avrebbe fatto ruotare verso il nipote la carrozzina mossa elettricamente da una batteria, sulla quale era seduto. <Stavo salutando un vecchio amico> rispose quindi, pensoso. <Ma non c’è nessuno qui! Chi stavi salutando?> la voce infantile, sicura del fatto suo, si faceva ora petulante, ma l’adulto non si scompose: <Te l’ho detto, un vecchio amico. E non ho detto che si tratta di una persona…> fu proprio in quel momento che il bimbetto, che aveva quasi cinque anni e si era avvicinato fino al punto di poter vedere le mani del disabile che era suo zio, vi scorse un libretto dalla copertina rossa, che l’uomo rigirava tra le dita con riguardo o meglio, con un’emozione in effetti più comprensibile al piccolo, con affetto: accarezzandone cioè i fregi dorati del frontespizio alternativamente alle scritte impresse a penna sulle verdoline pagine interne. Eh sì. Era proprio arrivato il momento di separarsi da quel vecchio amico… la loro frequentazione avrebbe dovuto durare solo quattro anni e invece ne erano passati ben diciassette! Ma l’indomani quel documento tascabile, muto testimone che aveva fedelmente registrato il suo lungo e tormentato percorso universitario, sarebbe stato restituito e perso per sempre: perché, per incredibile o fantastico che potesse sembrare, il giorno della tesi era arrivato davvero.

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Nella mente dell’uomo, pur catalizzata dall’ansia e dall’emozione per la giornata che avrebbe vissuto di lì a poche ore, avevano cominciato ad apparire immagini degli anni precedenti, flash di memoria che affioravano in maniera scomposta e che il commiato dal libretto universitario gli aveva evocato: storie, problemi ed emozioni che ognuno degli esami lì registrati aveva rappresentato, ma che in gran parte lui si era affrettato a riporre nell’ideale cassetto delle “cose già fatte”, teso com’era invece verso il traguardo che aveva ancora davanti, troppe volte apparso più simile a un miraggio che a un punto di approdo concreto.

Il flusso di ricordi aveva preso sempre più corpo nella sua mente, fino a fargli desiderare di riordinare in maniera cronologicamente più logica quel fiume di sensazioni, ormai prossimo a trasformarsi in un autentico fiume in piena.

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<L’università, allora? Ma perché proprio questa?> gli aveva chiesto l’obiettore di coscienza che spingeva la sua carrozzina manuale. All’inizio degli anni ’90, pur epoca di grandi cambiamenti, (proprio in quello stesso anno avevano cessato di esistere un glorioso stato europeo, la Cecoslovacchia e un partito italiano dal dopoguerra sempre presente al governo, la Democrazia Cristiana) esisteva ancora il servizio di leva obbligatorio e, per chi ne rifiutava l’ideologia e la scarsa utilità sociale, l’obiezione di coscienza.  D’altra parte lui a quell’epoca non si era ancora dotato di uno strumento fondamentale, che gli avrebbe in seguito semplificato grandemente la vita, quale la carrozzina elettrica. Per cui aveva varcato l’austero portone dell’università con l’ausilio di quell’obiettore, comunque “strumento umano” che aveva ugualmente rivoluzionato le possibilità di spostamento dei disabili con gravi patologie motorie come la sua. Mai infatti avrebbe creduto possibile per lui il varcare la soglia di una università. Mettere piede nell’imponente edificio che, come rendeva noto un cartello davanti alla sua facciata, era stato progettato da un famoso architetto all’inizio del Novecento, non rientrava nemmeno tra i suoi possibili sogni: semplicemente, l’aveva sempre ritenuto impossibile per chi aveva una malattia invalidante come la distrofia muscolare. Ma ora, forse per minimizzare l’impatto dell’ingresso in quel luogo, forse perché in fondo la praticità era stata davvero la caratteristica che aveva guidato il suo criterio di scelta, alla domanda del ragazzo rispose semplicemente: <Perché era la più vicina alla sede della nostra associazione>.

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Il suo primo esame in realtà… era stato il secondo. Nel senso che il primo voto finito realmente sul famoso libretto dalla copertina rossa era stato quello di un esame scelto come “ripiego”. E non certo perché la materia, Neuropsichiatria infantile, fosse poco affascinante o poco utile, ma unicamente perché l’esame si presentava meno complesso di quello che aveva scelto di sostenere per primo e che aveva avuto esito disastroso sul suo morale, e cioè Letteratura Italiana 1. Gli era parsa una buona idea infatti, da matricola trentenne cui gli studi universitari e quelli di lettere moderne in particolare non erano “capitati” per caso ma erano stati “scelti”, fortemente voluti in base alla personale inclinazione alla comunicazione scritta in tutte le sue forme, gli era parsa cosa buona e giusta dunque, partire con l’esame più importante del primo anno del suo corso di studi. Scelta azzardata e bislacca, giacché quell’esame richiedeva una conoscenza almeno discreta del Latino, lingua nella quale affondava le radici la lingua italiana, in particolare alle sue origini. Lingua che lui invece alle scuole superiori non aveva studiato. Veniva infatti da studi tecnici, e la impietosa assistente del docente di letteratura che l’aveva esaminato per la parte istituzionale del corso, non aveva mancato di fargli notare quella lacuna, sottolineandola con una certa perfidia (non a caso l’accademica aveva un cognome che terminava in “..ogna” e allo studente disabile era apparsa evidente l’assonanza con il termine “carogna”) e prospettandogli al massimo uno stiracchiato 18 come voto per accedere alla parte monografica con il docente. All’attempato studente al debutto nel mondo universitario non interessava certo ottenere il massimo dei voti, in quanto suo desiderio era invece percorrere un cammino di accrescimento della propria cultura e delle proprie capacità descrittive e di approfondimento. Tuttavia rifiutò quel voto, che avrebbe macchiato in partenza il suo percorso didattico con una votazione risicata in una materia così importante e trascorse l’estate a ristudiare nuovamente sul ponderoso testo che era il “vangelo” di quell’esame: il famigerato Contini, diviso in 2 volumi nei quali veniva illustrata (ma assai poco spiegata) la nascita della lingua volgare, dalle origini fino al ‘400. Quello sarebbe rimasto l’unico voto da lui rifiutato nel corso della sua carriera universitaria. Aveva ridato l’esame a dicembre e, sempre senza avere ancora sostenuto e superato l’esame di Latino (per il quale era prematuro ogni possibile tentativo), lo aveva passato, parte monografica compresa, con la decisamente più dignitosa votazione di 23/30.

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Ma prima di questo epilogo, aveva sostenuto altri 2 esami. E il primo, come detto, era stato quello che aveva inaugurato le annotazioni sul suo libretto universitario. Per seguire le lezioni di Neuropsichiatria tenute dal Professor M., che riusciva a comunicare con semplicità anche complicati processi mentali o la stessa fisiologia cerebrale, disegnandoli in aria con il fumo del suo immancabile sigaro, lui aveva dovuto recarsi presso una delle aule del più vicino distaccamento dell’università. La particolarità era che a quelle aule si accedeva tramite un ascensore veramente scomodo, per dimensioni e collocazione e lui, che pure si recava in università su di una carrozzina del modello più stretto e compatto in commercio, doveva comunque farle staccare le pedane, per riuscire a penetrare all’interno della cabina. Ma i suoi sforzi e la capacità del docente di farlo compenetrare nella sua materia, gli avevano fruttato un bel 27.

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L’altro esame che aveva sostenuto, prima di ritentare la sorte con Letteratura 1, era stato quello di Storia medievale. Il corso era tenuto da un’austera professoressa, della quale si diceva che fosse una suora laica, votata quindi allo studio e alla spiritualità. Se fosse davvero una religiosa dedita all’insegnamento, lo studente distrofico non aveva avuto modo di appurarlo, mentre si era reso conto invece che il corso era molto duro e la docente assai meticolosa e severa. Ma la materia, tutto sommato, non gli era dispiaciuta ed essendo una delle più importanti del primo anno si era fatto in quattro per riuscire a frequentarne le lezioni, come avrebbe del resto cercato di fare, con grossi sacrifici e almeno per i primi due anni di università, con tutte le materie più importanti o che più gli stavano a cuore. Certo non era facile seguire le lezioni di Storia medievale che, poste sempre nel primissimo pomeriggio, mettevano a dura prova la sua lucidità, già indebolita dal pur leggero spuntino consumato, sempre in università, per pranzo. Ciononostante, lui riusciva a prendere appunti riempiendo a penna pagine e pagine dei suoi maxi blocchi a quadretti, che appoggiava sulle gambe ricavandone una rudimentale scrivania in grado di sopperire egregiamente, in quell’aula strutturata come una piccola arena con spalti digradanti, alla mancanza dei classici banchi. Lui, lì davanti, quasi di fronte alla docente, ne fissava sulla carta l’eloquio pressoché ininterrotto, destando perfino invidia in alcuni degli altri studenti, che non di rado gli chiedevano di poter fotocopiare quei fogli dalla calligrafia minuta e ordinata. Anche in questo caso però la mancanza del latino si era fatta avvertire, e la docente in sede di esame lo aveva quasi sfidato a rifiutare il basso voto proposto. Ma lui, valutando il rapporto costi/benefici (ovvero il peso specifico di quell’esame sul suo piano di studi contro il sollievo di non doverlo preparare una seconda volta) aveva stavolta serenamente accettato quel 20/30, che sulla curva dell’ipotetico grafico disegnato dai suoi esami sarebbe rimasta la punta più bassa.

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Per riuscire a frequentare i corsi con una certa assiduità, compatibilmente con i suoi problemi connessi ai trasporti e agli spostamenti, aveva deciso di concentrare la sua presenza in università in quei 2 o 3 giorni della settimana nei quali era possibile frequentare gran parte delle lezioni delle materie che gli interessavano. Questo lo portava a trascorrere in quelle occasioni gran parte della giornata in università. Per spostarsi da un’aula all’altra si affidava agli obiettori di coscienza della stessa università o, in alcuni casi, anche ad altri studenti che frequentavano le sue stesse lezioni e che in questo caso venivano a loro volta individuati dagli obiettori. In attesa di cominciare a confrontarsi in qualche modo con il Latino, aveva sostenuto altri esami, come Geografia ad esempio, esame interessante e non particolarmente difficile da preparare, per il quale pur non avendone frequentato le lezioni, era riuscito a spuntare un “comodo” 26/30. All’inizio dell’estate aveva deciso di tentare la sua prima “doppietta”: cioè la preparazione di 2 esami, non particolarmente impegnativi, con appello ravvicinato; in quel caso, nella stessa quindicina del mese di giugno. Aveva scelto Teologia 1 ed Etnologia. Teologia (era iscritto in Cattolica, dove quella materia veniva automaticamente inserita nel piano di studi, per 3 annualità), perché era riuscito a frequentare le lezioni del brillante Professor L., o meglio Padre L., giovane sacerdote che sapeva affascinare dissertando di concetti teologici e filosofici per i quali lo studente disabile non si sentiva normalmente affatto portato, ma che nondimeno gli avevano consentito di cogliere all’esame un bel 28, bissato poi a distanza di un anno, dal 30 nel Corso 2 dello stesso prof. L., che lui stavolta, conquistato dal docente, aveva deliberatamente scelto. Peccato che gli esami di Teologia non si potessero conteggiare nel computo della media di profitto! Ma il suo primo 30 in ordine di tempo,  era venuto dalla seconda prova della già citata doppietta, e cioè da Etnologia. Inserita nel piano di studi solo perché suggerito da Sandra, la “guru” del gruppo di studio che lui aveva seguito all’epoca in cui stava preparando il Contini; una brunetta niente male con la quale, se la differenza di età fosse stata un po’ minore e lui un po’ più disinibito, ci avrebbe potuto provare. E invece l’unico risultato, seppure eclatante, che aveva ottenuto, era stato il suo primo 30. Di quell’esame ricordava che si sarebbe dovuto tenere in un’aula ad anfiteatro alla quale si poteva accedere solo dall’alto. Seguire le lezioni non era un problema, bastava appostarsi dietro l’ultima fila di banchi e relativi posti a sedere, sullo stesso piano della porta di entrata. L’esame invece era tutta un’altra storia, visto che le cattedre dove la docente e gli assistenti svolgevano i colloqui si trovavano giù, giù… proprio in fondo alla sala. La titolare del Corso però, una volta informata che era presente un disabile che doveva sostenere la prova, era stata davvero molto comprensiva. Anzi, lo aveva preso in contropiede proponendogli di esaminarlo fuori dall’aula, in un angolo neanche troppo riparato dall’andirivieni dei tanti studenti affaccendati a passare da una lezione all’altra. Non avrebbe mai immaginato che il suo primo 30 sarebbe arrivato al termine di un colloquio sostenuto in un trafficato corridoio, con la docente seduta di fronte a lui nientemeno che su di un portaombrelli!

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Per i due esami di lingua straniera, obbligatori, gli era stato consigliato dai soliti “esperti” del gruppo di studio, di scegliere i cosiddetti “esami pratici”, ovviamente più abbordabili dei corrispettivi esami di “lingua e letteratura”. In realtà, anche un esame pratico era impegnativo la sua parte, perché, prima di essere ammessi al colloquio, bisognava passare un test scritto, di norma sempre abbastanza selettivo. Infatti, per entrambe le lingue da lui prescelte, inglese e spagnolo, aveva dovuto – con sua sorpresa – ripetere per due volte il test, prima di riuscire a superarlo. E per l’Inglese, lingua che pensava di padroneggiare piuttosto bene, conoscenza corroborata da alcune vacanze-studio sul posto, quel doppio esercizio gli era sembrato uno smacco, che gli avrebbe fatto perdere altro tempo nella sua già tortuosa, oltreché tardiva, carriera universitaria. Alla fine, per entrambe le materie linguistiche era riuscito ad ottenere sul libretto la necessaria dicitura “approvato”, giudizio che sostituiva il voto.

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L’esame di Storia moderna era tenuto da uno dei riconosciuti luminari di quell’università, e seguirne i corsi era stato interessante, impegnativo e piacevole insieme. Il risultato era stato un 26/30 arrivato quasi per fisiologica conseguenza della costanza nel seguire le lezioni e nel prendere appunti, attratto anche dall’argomento del corso monografico, incentrato sulle repubbliche napoleoniche in Italia. E mentre all’orizzonte già si prospettava l’esame che lo avrebbe affascinato a tal punto da diventare la materia sulla quale avrebbe basato la sua tesi, aveva nel frattempo deciso che doveva assolutamente darsi quelle basi di Latino che gli mancavano e in forma davvero penalizzante. Aveva così cominciato a seguire il Corso propedeutico organizzato in università, pensato per le matricole di Lettere che avevano difficoltà con la lingua di Virgilio e Ovidio. Aveva scoperto che in realtà il corso poteva risultare utile più che altro a quegli studenti provenienti dal liceo, classico o scientifico ai suoi occhi faceva poca differenza, che avevano studiato (magari poco e male ma comunque studiato) il Latino tra le materie base delle scuole superiori. Non era certo pane per i denti di chi era completamente a digiuno come lui. E poi a frequentarlo c’erano anche degli autentici secchioni… che pur conoscendo quella lingua alla perfezione si erano comunque iscritti al corso, forse per umiliare chi “stava a zero” come lui, che così nell’occasione si sentiva doppiamente handicappato. Per fortuna c’era Teoria e tecnica dell’informazione.

Con il corso del professor S. era stato amore a prima vista: l’argomento era intrigante e coinvolgeva due sue grandi passioni, il cinema e il giornalismo… il percorso didattico spiegava infatti come il cinema aveva saputo raccontare il mondo dell’informazione, sia della carta stampata che televisivo. Erano anche previste proiezioni di una serie di film dedicati al tema. Non ne aveva perso uno. Né aveva perso le lezioni esplicative del prof. S., che seguivano ogni film. E aveva deciso che avrebbe svolto la tesi di laurea in quella materia. Nonostante tutta la passione e l’impegno che aveva messo in quell’esame che gli piaceva tanto, tuttavia il voto non era andato al di là di un, pur lodevole, 28. Curiosamente, in questo caso anche a lui, come a un secchione qualsiasi, non raggiungere il massimo voto che si era aspettato, cioè il fatidico 30, aveva fatto rodere il fegato… ma nonostante questo, la decisione di incentrare la sua tesi su quella materia non era venuta meno, anzi, aveva anche deciso di biennalizzarne l’esame, come gli avevano spiegato fosse normale comportarsi con la materia prescelta per la tesi di laurea. Ma il momento della tesi gli sembrava ancora distante anni-luce, o almeno tale sarebbe rimasto fino a quando lui non fosse riuscito ad esorcizzare lo spauracchio dell’esame scritto di Latino.

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E venne il giorno del suo primo tentativo di scalare la montagna più impervia. La seconda metà della decade, nell’anno cominciato da poco, avrebbe portato notizie importanti, come la prima concreta cura per l’AIDS oppure preziose per gli appassionati, come l’ingresso dei Pink Floyd nella Hall of Fame della musica. Per lui, ora esisteva solo quell’esame. Come molti altri studenti, aveva scelto di tentare l’avventura nella prova scritta di Latino optando per la traduzione dal Latino all’Italiano, cioè la classica “versione”, ritenuta un po’ meno impegnativa rispetto alla traduzione inversa. Una parola. Di quel suo primo tentativo ricordava innanzitutto l’aula freddissima, priva di riscaldamento in quel giorno di tardo inverno. Aveva deciso di non togliersi il pesante giubbotto, per evitare l’imbarazzo di dover chiedere aiuto a qualche sconosciuto e soprattutto di dover interrompere l’esame, nel caso avesse avuto bisogno di coprirsi nuovamente. Chi l’aveva accompagnato in aula non era infatti presente alla prova. Certo gestire la consultazione del pesante dizionario (il suo risaliva alle scuole medie, ai tempi in cui vi si studiava ancora il Latino. Peccato fossero passati circa vent’anni da allora…) così imbacuccato, non era certo operazione agevole… ma ancor meno lo era venire a capo del brano di Socrate che campeggiava sibillino sul foglio fotocopiato che gli era stato consegnato. Il gelo dell’aula si propagava anche nel suo cervello mentre guardava e riguardava le diverse proposizioni che componevano il brano da tradurre in italiano, cercando di districarsi nell’analisi del periodo, tra coniugazioni verbali e declinazioni di nomi e aggettivi. Alla fine della prova, la sensazione di non essere riuscito a venire a capo dell’esame l’aveva accompagnato fino all’ufficializzazione dei risultati. Dai quali aveva avuto la conferma che per arrivare a conoscere quella lingua austera in maniera passabilmente sufficiente, avrebbe dovuto fare qualcosa di più.

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Ma intanto la vita andava avanti, passava il tempo e mentre il giovane disabile cercava di orizzontarsi in una vita resa problematica dal suo handicap, cercava anche di rimanere agganciato a quegli studi che aveva fortemente voluto, dopo lunghi tentennamenti e approfondite analisi sulla loro concreta fattibilità. Gli spazi temporali tra un esame e l’altro erano andati dilatandosi sempre più e ormai da qualche tempo aveva rinunciato a seguire i corsi degli esami, anche quelli più importanti o che più gli interessavano. La vita che aveva scelto di costruirsi richiedeva il massimo del suo impegno, ma lui continuava a dedicarne, per quanto poteva, anche allo studio. Studiava principalmente la sera e nei week-end, visto che fortunatamente la sua facoltà e il suo ordinamento non prevedevano la frequenza obbligatoria e poteva dedicarsi attivamente al lavoro e al volontariato, che ormai rappresentavano i suoi interessi e la sue attività principali. Se trovava ancora la forza di sfidare il sonno fino a tardi, la sera, con gli occhi che faticavano a restare aperti sui libri, era anche perché studiare gli consentiva di conoscere meglio il mondo che lo circondava e lo spingeva a porsi domande e a desiderare di raccontarne i problemi. E allora avanti, verso nuove avventure… che, ad onta dello spettro rappresentato dal Latino che aleggiava beffardo sul suo piano di studi, non poteva che significare nuovi esami da affrontare.

Il terzo esame di Teologia, corso che non aveva seguito e del quale non conosceva il docente, era andato meno bene dei primi due. Gli avevano detto che era tenuto da un frate e lui, conoscendo la giovialità e la scarsa propensione ai formalismi di quei religiosi, si era aspettato un esame piuttosto colloquiale e dai toni rilassati. E quando aveva visto il professore, che svolgeva l’esame vestito con camicia e pantaloni di jeans (oltre che con i classici sandali monacali) aveva creduto di averne conferma. Ma non era stato così: l’esaminatore si era dimostrato rigoroso, pretendendo una descrizione testuale degli argomenti d’esame… che lui non aveva saputo dare appieno, fermando la valutazione al 25. Ed evidentemente questa volta non gli era dispiaciuto che quella materia non contribuisse al computo totale della sua media.

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L’esame successivo era stato Sociologia della comunicazione e cultura. Naturalmente, trattandosi di un esame a carattere sociologico, il buon senso avrebbe suggerito di sostenerlo dopo l’esame di Sociologia, che pure aveva in programma. Naturalmente lui non aveva dimostrato buon senso, vuoi per mancanza di consiglieri adeguati, vuoi per superficialità: lo giudicava infatti un esame molto vicino, per tematiche, difficoltà e interesse, all’esame di Teoria e tecnica dell’informazione che tanto lo aveva affascinato. Nulla del genere, invece. E l’intransigente docente non gli aveva perdonato di avere affrontato la prova senza prima essersi costruito un adeguato retroterra sociologico attraverso la scienza “madre”, per cui lo aveva penalizzato valutandolo con un 20/30 che lo aveva portato ad eguagliare il suo più basso risultato, come già detto registrato in Storia medievale.

E a proposito di basi mancanti, lo studente disabile, più o meno in quello stesso periodo, aveva definitivamente “realizzato” che per poter ritentare la prova scritta di Latino gli occorrevano assolutamente fondamenta solide e il corso propedeutico dell’università da questo punto di vista si era rivelato un fallimento… urgeva quindi un rimedio più drastico: doveva farsi seguire individualmente da qualcuno e non certo ai costi proibitivi prospettati da una di quelle “scuole” a pagamento che poco tempo dopo la sua iscrizione all’università aveva pur interpellato. Era allora entrato in contatto, forse rispondendo a un annuncio, non ricordava esattamente come, con una insegnante in pensione che abitava nelle vicinanze di casa sua e che, una volta appresa la sua situazione, aveva accettato volentieri di dargli ripetizioni a pagamento, dimostrando anche grande disponibilità, tale da acconsentire ad incontrarlo una volta alla settimana, nell’ufficio della cooperativa dove lui da qualche tempo lavorava: solitamente il venerdì sera, dopo l’orario di chiusura. Purtroppo la strategia non si era rivelata efficace per varie ragioni e sostanzialmente per la collocazione delle lezioni, poste proprio alla fine della settimana lavorativa, con il cervello e il fisico del “discente disabile” abbastanza provati e con gli occhi che gli si chiudevano sui libri, nonostante la presenza della Prof, mentre tentava faticose traduzioni. Ma poi anche per il metodo dell’anziana insegnante, che aveva creduto di poter impostare le lezioni come per i suoi vecchi allievi liceali. Ma lui non aveva il tempo e nemmeno la necessaria freschezza ed elasticità mentale (ben diverse nella mente di un adolescente) per un corso completo di grammatica latina, o per addentrarsi nei meandri di quella lingua. E così era stato di nuovo “respinto con perdite” dall’esame scritto, quando lo aveva ritentato.

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Il successivo esame orale era stato l’ultimo dei tre previsti per le prove di storia, quello di Storia contemporanea. Anche questa volta fortunatamente, dopo il difficile impatto iniziale con il primo dei tre esami storici, l’esito fu soddisfacente, testimoniato dal tranquillo 26 che riuscì a conseguire. Non conservava ricordi particolari di quell’esame, se non l’emozione per essere approdato ad avvenimenti che nell’ultima parte del programma rientravano nelle memorie dirette della sua vita vissuta, come ad esempio un evento epocale come la caduta del muro di Berlino, avvenuta meno di dieci anni prima. E comunque la mancanza di ricordi specifici di per sé già confermava che quella prova non gli aveva proposto problemi.

Diversa la situazione offerta dall’esame che era seguito a quello: Psicologia o meglio, Psicologia generale. Anche di questo non gli era rimasto particolarmente impresso il docente ma, a differenza della prova precedente, ricordava distintamente che non era stata una passeggiata. La parte istituzionale sia era rivelata ostica e notevolmente complessa e approdare alla parte monografica piuttosto impegnativo. Ma si era comunque addentrato con curiosità nella storia e nei metodi della psicologia, trovando inoltre particolarmente interessante la parte che riguardava la coscienza e l’apprendimento e poi ancora la memoria, il linguaggio, la comunicazione. E che dire del pensiero, del ragionamento e dell’universo dell’intelligenza e delle emozioni? Aveva accettato il voto, un non eclatante 24, con la consapevolezza però di avere acquisito nozioni davvero importanti, che gli sarebbero tornate assai utili in futuro.

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E l’esame successivo era stato Sociologia, l’ultimo in quell’anno tormentato, nel quale la sua determinazione a proseguire e a portare a termine gli studi aveva davvero vacillato. L’anno precedente, infatti, per la prima volta da quando si era iscritto all’università, non era riuscito a mettere a libretto nemmeno un esame. Così era accaduto che, per una serie di coincidenze più o meno fortuite, sul finire di quello stesso anno gli era stata proposta la possibilità di iscriversi a un corso di formazione professionale con argomento la comunicazione sociale. Ci aveva pensato parecchio, dato che la crisi si protraeva oramai da diversi mesi… più o meno da quando, nonostante i vari espedienti messi in campo, aveva fallito anche il secondo tentativo di superare lo scritto di latino. Visto che il perseguire una formazione indirizzata alla comunicazione era ormai un suo chiaro obiettivo, aveva finito per convincersi che un corso breve e su argomenti circoscritti, con buone prospettive (così pareva) di inserimento lavorativo nel campo dell’informazione, poteva costituire una valida alternativa allo studio universitario. In realtà il corso era solo relativamente breve, durava infatti nove mesi, e prevedeva l’obbligo di frequenza a tempo pieno. Per lui, praticamente, un disastro. Aveva sopperito chiedendo alla cooperativa dove lavorava una specie di aspettativa fino alla conclusione del corso, ma anche così lo spazio per conciliare insieme a tutto il resto, pure lo studio universitario, si era ristretto tantissimo. In quel periodo gli era stata di grande aiuto Anna, una sua amica che, anch’essa iscritta all’università e anch’essa impegnata in un difficoltoso percorso da studentessa-lavoratrice, lo aveva ripetutamente esortato a non mollare, nel corso di fatidiche e accorate conversazioni telefoniche. E con grandissimi sacrifici aveva allora portato a termine il corso professionale intrapreso (il cui sbocco diretto nel mondo del lavoro si era rivelato meno agevole di quanto prospettatogli dagli organizzatori) riuscendo inoltre abbastanza incredibilmente, si era reso conto solo al termine di quel travagliatissimo anno, non solo a non abbandonare per sempre l’università, ma addirittura a “portare a casa” in quello spazio di tempo ben 3 esami.

A parte tutti questi discorsi, Sociologia era stato poi un altro esame, come già Psicologia, impegnativo ma dannatamente utile, almeno dal suo punto di vista. E 25/30 era stato il voto finale.

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L’anno seguente, che era anche il primo del nuovo secolo e del nuovo millennio, era trascorso di nuovo senza esami, ma questa volta in una prospettiva decisamente diversa: a marzo, anche grazie al famoso corso di formazione che aveva potuto inserire sul suo curriculum, aveva trovato un buon posto di lavoro a tempo indeterminato. Purtroppo non nel campo della comunicazione, come gli sarebbe tanto piaciuto, ma in fondo andava bene lo stesso, non poteva permettersi di storcere il naso. E il suo sogno di rendere, prima o poi, anche “remunerativa” la sua passione per la scrittura, dopotutto, resisteva ancora. Messo sempre a dura prova, (ormai da tre anni era finito fuori corso), ma resisteva. E se quell’anno alla fin fine non diede esami, fu soltanto a causa del duro e stressante impatto con il nuovo lavoro e del suo personale e sempre costante impegno nel mondo del volontariato, che in quel periodo si era in particolare indirizzato verso l’ambito dello sport per disabili e i compiti richiesti dai ruoli della dirigenza sportiva. E a causa del fatto da non trascurare, poi, che stava preparando un esame veramente duro.

Storia del giornalismo era più che un esame: era una miniera fantastica di nozioni; storiche, professionali, etiche, deontologiche e da ultimo, pratiche. Ci si era buttato con entusiasmo, anima e corpo, anche se la docente che aveva in carico l’insegnamento era davvero molto esigente. Il corso era strutturato attraverso il passaggio obbligato da una esercitazione scritta che, se superata, consentiva di approdare alla parte orale. Si trattava in realtà di una vera e propria ricerca da svolgere raccogliendo e analizzando materiale giornalistico. Lui per questo tipo di lavoro aveva scelto di effettuare il raffronto, per un periodo circoscritto, tra due testate giornalistiche; in maniera forse poco originale, aveva scelto le due testate più note e con la più alta tiratura, analizzandone le grandi e piccole differenze nell’arco di una settimana. Fondamentale si era rivelato l’aiuto di un’altra sua amica: Silvia, laureanda in psicologia proprio nella sua stessa università, che essendo in ateneo molto più spesso di lui, si era prestata a fare la spola per sottoporre l’esercitazione dello studente disabile alle periodiche e obbligatorie verifiche da parte della docente. E Silvia aveva continuato a inseguire in più occasioni l’insegnante anche dopo che la stessa aveva infine approvato e valutato, positivamente, l’esercitazione. L’aveva rincorsa attraverso le varie strutture (aule, dipartimenti e quant’altro) dell’università, per ottenere la verbalizzazione del voto finale; quest’ultimo era stato infatti ottenuto dopo l’esame orale che, al fine di accorciare i tempi degli studi dello studente disabile, era avvenuto fuori appello. Nell’occasione Silvia si era superata: era riuscita a strappare alla Prof anche quella “lode” che la stessa aveva ventilato quando aveva preso in esame l’esercitazione (che come detto, era stata da lei particolarmente apprezzata). La lode sì, giacché il 30 lo studente “a quattro ruote” se l’era già guadagnato senza ombra di dubbio e senza bisogno di aiuto nella prova orale. Lui avrebbe in seguito menato gran vanto per quel 30 e lode, il suo unico e solo, in quella materia che rispecchiava così bene il suo grande amore per il mondo del giornalismo e sulla quale si era impegnato a fondo per oltre un anno.

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Dopo aver resistito con successo ai piccoli sconvolgimenti rappresentati dal corso di formazione professionale e dal suo nuovo impiego lavorativo, aveva continuato a studiare per preparare nuovi esami, cercando di eroderne un numero sempre maggiore dal totale presente sul suo piano di studi: pur avendo sempre davanti a sé la grande incognita rappresentata dal Latino scritto e dopo avere vissuto però una nuova fase di “eclissi”, dovuta, questa, forse anche a un pizzico di appagamento dopo l’exploit messo a segno con Storia del giornalismo. Era infine uscito dal tunnel con l’aiuto della sua tutor e grazie anche alla scoperta di avere erroneamente inserito nel suo piano di studi ben 5 esami in più! La sensazione di aver combinato qualche pasticcio nella compilazione del fatidico “piano” lo accompagnava da tempo ed era sempre da ascriversi alla mancanza di punti di riferimento o validi consiglieri nei suoi primi anni di università. Ma soltanto una puntata presso la Segreteria della sua facoltà, quando finalmente aveva preso il coraggio a due mani, gli aveva confermato che… i suoi 32 esami dovevano in realtà essere 27! Beh, certo non erano pochi 27 esami, ma sapendo di averne già 17 alle spalle, scoprire di doverne ancora sostenere 10 invece di 15, lo faceva sentire molto più leggero… come se avesse d’improvviso “scavallato” parte di una coda lunghissima, guadagnando senza colpo ferire un terzo di quella stessa fila!! O come se in un Gran Premio avesse infilato in una sola curva ben 5 delle macchine che gli stavano davanti… ad ogni modo, restando alla metafora automobilistica, il traguardo restava ancora lontano e lui non poteva ancora permettersi di togliere il piede dall’acceleratore: proprio adesso non poteva, Latino o non Latino.

E così si era apprestato a sostenere anche il secondo esame di Letteratura italiana. Ovviamente difficile e ovviamente complicato da tante variabili, non ultima quella di prevedere nel programma numerose esercitazioni. Ciononostante era riuscito a chiudere la parte istituzionale, che prevedeva una cavalcata nella letteratura che spaziava dal ‘400 fino al 1800, con un provvisorio ma sudato e prezioso 27 sul foglietto dove la decisamente graziosa assistente che lo aveva esaminato per quella parte di esame, aveva segnato le annotazioni da fare pervenire al docente in vista della parte monografica. E qui lui aveva commesso un azzardo, o meglio un’ingenuità: o meglio ancora, entrambe. Aveva cioè messo in programma di sostenere la parte monografica, fuori appello, soltanto pochi giorni dopo essersi presentato al colloquio per la parte generale: e questo era stato l’azzardo. Sia chiaro, non era certo l’unico studente, soprattutto tra i fuori corso (e lui lo era ormai da 7 anni) a tentare simili strategie, allo scopo di risparmiare tempo prezioso. E l’operazione gli sarebbe potuta anche riuscire, con qualche sudore freddo, ma con un approdo in porto finale più che probabile. Ma qui lui aveva commesso la sua madornale ingenuità: messo un po’ in difficoltà dal docente nella sua esposizione, aveva giustificato i suoi tentennamenti con il poco tempo trascorso tra la parte istituzionale e la parte monografica dell’esame… <Ma come!> era scattato il docente <Lei ha la pretesa di sostenere parte istituzionale e parte monografica nella stesa sessione d’esame, a così poca distanza una dall’altra? Ma un monografico non si può preparare in pochi giorni!> aveva tuonato, concludendo poi: <Mi spiace ma lei si dovrà ripresentare alla prossima sessione>. E così era stato, nonostante la più che buona valutazione per la prima parte dell’esame, pur in possesso del docente e attestata sul famoso foglietto dalla leggiadra mano della giovane assistente. E nel monografico ripetuto nella sessione successiva il docente, nel sottoscrivere sia sul libretto che sullo statino ufficiale della prova il superamento dell’esame da parte dello studente, non si era fatto scrupolo di togliergli addirittura un punto rispetto al voto proposto dalla sua collaboratrice, pratica poco frequente nelle dinamiche universitarie. Dunque 26/30 era stato il voto finale e al diavolo chi sosteneva che i disabili in un esame accademico vengono spesso avvantaggiati! Con lui quel presunto “inconscio condizionamento psicologico” da parte del cattedratico che gli sedeva di fronte, non era certo scattato!

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Circa 6 mesi dopo, avrebbe ritrovato quello stesso professore di Letteratura a presiedere la prova di Composizione italiana, che pur essendo una prova prevista per il primo anno di corso regolare, lui aveva fino ad allora rimandato in quanto non gli sembrava potesse rappresentare un problema. E in effetti, al contrario dell’altra prova scritta, quella famigerata di Latino, questa l’aveva passata al primo tentativo. Anche se, come avrebbe scoperto più avanti, visto che gli esami scritti non venivano riportati sul libretto con un voto, l’ineffabile professore aveva valutato la sua prova ancora una volta in maniera decisamente intransigente, nonostante la rodata capacità descrittiva dello studente disabile, attestata da anni di collaborazioni con pubblicazioni del mondo dell’associazionismo; capacità con la quale aveva creduto di riuscire a sopperire al meglio alla mancanza di una conoscenza approfondita dello specifico argomento di quella composizione. Ma questo al momento non gli interessava: era invece contentissimo di avere messo altro fieno in cascina, e a maggior ragione in considerazione del fatto che il giorno successivo aveva sostenuto (di nuovo giocando d’azzardo) e superato con successo un altro esame, questo orale, cioè Teoria e tecnica della comunicazione di massa, superato con un brillante 27/30. Mentre nel mondo “esterno” si succedevano i papi (Benendetto XVI prendeva il posto dello scomparso Giovanni Paolo II) e venivano firmati significativi protocolli internazionali come quello di Kyoto, da parte sua il nostro studente, orgoglioso di quello che gli sembrava un piccolo ma significativo record, si era apprestato a proseguire i suoi studi, confortato anche da un aiuto introdotto da qualche tempo in università: il servizio di integrazione degli studenti disabili, con i tutor che ad esso facevano capo.

Aveva cominciato a farsi seguire dal “Servizio”, come veniva sbrigativamente chiamato in università, per riuscire a dipanare l’intricata matassa dei suoi studi; era accaduto quando, dopo avere realizzato l’exploit di Storia del giornalismo, era di nuovo ripiombato in uno dei suoi periodi bui, restando per un anno e mezzo senza dare esami. L’ufficio era stato istituito già da alcuni anni, funzionando prevalentemente da “segreteria allargata” per facilitare agli studenti disabili come lui la parte logistica connessa alla frequentazione dei corsi e alla preparazione degli esami. Ma il nuovo responsabile aveva deciso, in applicazione della specifica legge che era del 1999, di attivare anche un vero e proprio servizio di consulenza e tutoring. E lui, pur con le consuete difficoltà di trasporto, non aveva voluto mancare alla presentazione, avvenuta ovviamente in un’aula dell’università: oltre alle nuove potenzialità del servizio d’integrazione, erano state presentate le pedagogiste che avrebbero seguito gli studenti disabili che vi si sarebbero rivolti gravati dal fardello di specifici problemi. Al termine della riunione alcuni degli studenti disabili presenti avevano avvicinato la professoressa che si era presentata con l’eloquio più spigliato. Lui invece si era rivolto verso una docente minuta che aveva espresso il suo impegno con poche, sentite parole. Inutile dire che quella persona misurata ma al tempo stesso molto concreta era diventata la sua tutor, con un ruolo significativo nella rimessa in moto della sua “macchina da studio” che, complice ora anche una piccola dose di rassegnazione, correva il rischio di perdersi per strada. Non era mai stata sua intenzione mollare, ma almeno in tre occasioni ci era arrivato davvero vicino.

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La sua tutor aveva cominciato subito a fornirgli supporto: contattando i docenti, chiedendo colloqui o esami fuori appello, reperendo il programma di un esame particolarmente indecifrabile, o aiutandolo a trovare i libri tramite il servizio bibliotecario, oppure le fotocopie o le dispense. E poi suggerendogli la tattica migliore per affrontare ogni singolo esame. O anche “investigando” per reperire un esame misterioso presente nel suo piano di studi e scoprire che aveva addirittura cambiato nome, ovvero che era stato sostituito da un altro esame equivalente. Altre volte era il docente ad essere cambiato. D’altronde il suo piano di studi era vecchio di più di 10 anni, ormai. La sua tutor, implacabile, con l’ausilio della segreteria, veniva a capo di tutto. Anche per il suo eterno problema della versione di Latino aveva subito cercato di aiutarlo, ma in questo caso la capace tutor aveva la sensazione che per arrivare alla soluzione lui avrebbe dovuto trovare una persona fidata, non un qualsiasi sconosciuto professore uso a dare ripetizioni, ma qualcuno che potesse capire come prepararlo a superare il problema specifico dell’esame scritto. Insomma, bisognava provare a chiedere in università oppure scandagliare nella cerchia dei suoi amici e conoscenti. La cosa lì per lì gli era sembrata dannatamente complicata, mentre invece inaspettatamente, parlando qualche tempo dopo con una sua collega di lavoro che era a conoscenza della sua annosa rincorsa alla laurea, si era sentito proporre da questa il suo ex professore del liceo come possibile “trainer”. Lui ancora non lo sapeva, ma la sua carriera universitaria stava per arrivare alla svolta decisiva.

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Alla fine il professore segnalatogli dalla sua collega non aveva potuto seguirlo personalmente ma, confermandosi la pregevole persona descrittagli dall’amica, si era attivato per trovare un sostituto all’altezza di quel compito così particolare. Non voleva deludere la sua ex allieva. E così lui era entrato in contatto con un altro ex allievo del Prof (e già compagno di scuola della sua collega) che, risposto subito al richiamo del suo antico docente, si era prestato volentieri alla missione apparentemente impossibile di preparare quello stranissimo studente al superamento della prova scritta di Latino. Perché la novità era proprio quella: non cercare di “imparare” in poco tempo la lingua dei classici, cosa alla luce dei fatti semplicemente irrealizzabile, ma apprendere le basilari nozioni necessarie a impadronirsi della tecnica necessaria a tradurre. Il suo nuovo “precettore”, aveva accettato di buon grado di seguirlo a domicilio e con costi per nulla esosi ma, al contrario dell’anziana professoressa che si era già cimentata precedentemente in quell’impresa, gli incontri si svolgevano in orario meno tardo e soprattutto a inizio settimana, a menta fresca, e non nella faticosissima giornata di venerdì. E poi naturalmente c’era il metodo d’insegnamento. Dispense, esempi stampati e versioni su versioni da provare, svolgere, completare, anche come “compito” per la lezione successiva. L’ex allievo, avanzato in carriera fino a divenire preside di un istituto superiore, sapeva il fatto suo. E il miracolo che non era apparso possibile per 12 anni, si era concretizzato in poche settimane. Il “laureando” emerse momentaneamente dai suoi ricordi perché voleva cercare traccia sul suo computer di quel dato, che gli appariva stupefacente. E in breve ecco la conferma: 13 lezioni spalmate nell’arco di 3 mesi e mezzo. Tanto era bastato per ripresentarsi alla fatidica prova, in un’altra giornata di tardo inverno; questa volta l’aula era riscaldata, o forse era la sua speranza di avere in mano carte migliori da giocare, a non fargli sentire il freddo. Era consapevole che difficilmente ci sarebbero state altre partite di quel genere. Era il suo terzo tentativo. Non sapeva se avrebbe trovato la forza per battersi di nuovo contro i mulini a vento, in caso di fallimento. Questa volta il senso generale del brano da tradurre, di Cicerone, gli era subito balzato all’occhio e anche se l’interpretazione di un passo particolarmente ambiguo aveva continuato a tenerlo in ansia anche nei giorni seguenti, fino a quando non aveva rintracciato nel sito dell’università la sezione con i risultati, aveva infine potuto rumorosamente esultare al responso tanto atteso: aveva superato l’esame!

Curioso, però: Latino scritto era stato il suo incubo per tanti anni, e alla fine non aveva nemmeno la soddisfazione di vederlo annotato sul suo libretto. Le prove scritte di quel tipo, infatti, venivano registrate direttamente a livello amministrativo. Ma in fondo, che importava? Ora aveva la certezza che il suo percorso universitario avrebbe avuto una conclusione. I 6 esami che gli rimanevano da sostenere, facili o difficili che fossero, non avrebbero potuto difatti rappresentare un serio ostacolo al conseguimento della laurea.

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E così era stato. I 2 esami di Letteratura latina che ora, con lo scritto alle spalle, era abilitato a  sostenere, non gli avevano dato problemi, anzi. Aveva chiesto al suo ormai amico preside di dargli ancora una mano nella preparazione di queste prove e la sua tutor aveva provveduto ad appianare le restanti difficoltà. Non era un caso se i voti che si era aggiudicati erano andati in crescendo: un 25 nel primo esame e, nel secondo, addirittura un 30. Già: un 30 in Latino! Se qualcuno glielo avesse pronosticato soltanto un anno prima, alla vigilia della sua terza battaglia contro il mostro a due teste rappresentato dallo scritto di quella stessa materia, gli avrebbe riso in faccia dandogli del pazzo. E invece eccolo lì, ora, sul fido libretto, quello sbalorditivo 30/30 in Lingua e letteratura latina 2. Da allora in avanti, anche se per arrivare alla discussione della tesi di laurea sarebbero dovuti trascorrere ancora 3 anni, gli era sembrato di scivolare felicemente su di un piano inclinato, scorrendo beato verso l’immancabile epilogo. Non erano esami leggeri nemmeno gli ultimi 4 che gli rimanevano, ma come erano diverse le prospettive ora, nell’affrontarli…

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Si sentiva leggero leggero infatti, anche nel sostenere prove impegnative (come sicuramente era ad esempio Letteratura italiana moderna e contemporanea), perché in cuor suo sapeva che il “conto alla rovescia” era cominciato.

Davvero gli sembrava ora di librarsi sopra la terra sulla sua carrozzina elettrica, che già da alcuni anni gli consentiva di spostarsi autonomamente in università, necessitando di aiuto soltanto per utilizzare gli ascensori per raggiungere i vari piani dell’ateneo. E del resto anche gli stessi ascensori… come erano cambiati dai primi anni di università: quelli dove faceva fatica a entrare con la carrozzina manuale erano stati sostituiti nel tempo da cabine ampie, sia in larghezza che profondità e decisamente spaziose, tali da contenere anche una o più carrozzine elettriche.

Ma tornando al suo percorso di studi, impegnativo certo l’ultimo dei 3 esami di letteratura italiana, ma anche appassionante con la serie di autori contemporanei e le molteplici correnti letterarie che proponeva alla sua attenzione. E poi quel corso monografico così intrigante, basato sul rapporto tra gli scrittori e la città… niente da dire, era stata una piacevole fatica conseguire un nuovo 30/30, infilato consecutivamente al precedente.

Un po’ più difficile era stato rispondere alle sue stesse aspettative sull’esame biennalizzato di Teoria e tecnica dell’informazione, la materia nella quale aveva deciso di laurearsi, trasformatasi nel frattempo in “Teoria dell’informazione”. Come già nella precedente occasione, proprio quella prova che aveva deciso di approfondire a tal punto da sceglierla per basarvi la sua tesi, non gli aveva consentito di dimostrare appieno e in modo ufficiale la sua preparazione e interesse nel settore. Il corso non era più tenuto dal prof. S., che pur facendo ancora pienamente parte del corpo docente della sua università, era passato ad altri insegnamenti. Lo studente disabile si era sentito un po’ defraudato, soprattutto perché non avrebbe potuto avere il professore che ammirava tanto come relatore per la propria tesi di laurea. La docente che aveva sostituito S. nella cattedra, gli aveva comunque garantito collaborazione e appoggio, ma nonostante questo anche la valutazione del suo esame, esattamente come per l’analogo precedente, non era andata al di là del 28/30. La stessa prof, dopo avergli assegnato il voto, non aveva potuto fare a meno di notare sul libretto (e sottolinearlo a lui) quella curiosa coincidenza. Evidentemente era destino che nella materia nella quale intendeva laurearsi non dovesse raggiungere l’eccellenza. Ma intanto andava avanti e, nel giro di un anno dall’esame conclusivo di letteratura italiana, riuscì a sostenere pure una terza prova, il suo penultimo esame: Storia dell’arte contemporanea. La materia era decisamente di suo gradimento, così si era gustato lo studio del manuale liceale utilizzato per la parte generale (che prevedeva lo studio dell’arte dalla fine del ‘500 ai giorni nostri), senza porsi soverchi problemi, se non quelli presentati dalla parte monografica, che era incentrata sullo studio dei movimenti artistici dell’Ottocento e del Novecento con il relativo contesto culturale e in particolare sulla figura di un artista contemporaneo che però non lo entusiasmava. E forse proprio quello era stato il motivo per cui il suo voto si era fermato a 27. Ma in ogni caso dalla soluzione del suo duello con il Latino in poi, non era mai più sceso al di sotto di quella votazione, altra testimonianza della disposizione di spirito completamente diversa con cui stava affrontando le sue conclusive prove d’esame.

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E così, mentre la prima decade nel nuovo secolo volgeva al termine, era arrivato anche il momento di prepararsi a sostenere il suo ultimo esame. Si trattava di Storia delle teoriche del cinema. Aveva voluto inserire quell’insegnamento nel piano di studi a conferma del suo amore per il cinema, quando ancora non sapeva verso quale materia si sarebbe indirizzata la sua tesi. Poi aveva voluto lasciarlo per ultimo, un po’ perché si prospettava come il meno difficile tra quelli che gli restavano, un po’ perché voleva assaporarselo bene, il suo ultimo esame. Già dopo la sua seconda prova di Teoria dell’informazione, aveva infatti cominciato a lavorare nella prospettiva della tesi di laurea, concordando colloqui e chiedendo materiale alla docente che sarebbe stata la sua relatrice. E, al fine di abbreviare i tempi e sempre grazie al supporto della sua tutor, aveva chiesto di affrontare anche l’ultimo esame fuori appello, addirittura anticipandone lo svolgimento. Anche quell’esame aveva rappresentato una piacevole base di conoscenza di una materia vasta e affascinante. Nel riordino del suo piano di studi sopravvenuto dopo l’entrata in vigore del nuovo ordinamento universitario, era stato in realtà sostituito da un esame corrispondente e cioè Teorie e tecniche della comunicazione mediale. Ma di nuovo, poco importava: anzi, il giovane assistente che lo aveva esaminato al posto della docente della cattedra, nel confermargli che aveva meritato un 30… gli aveva infine confidato che in realtà avrebbe potuto assegnargli anche la lode, se lui avesse risposto diversamente a una particolare domanda che gli aveva posto. Quale? Quella sui reality… in pratica era andata così: stavano affrontando il tema delle modalità di rappresentazione della disabilità nelle varie forme di spettacolo e il giovane assistente gli aveva chiesto cosa ne pensava della possibile partecipazione di un disabile a un reality show… l’ormai laureando disabile, toccato da vicino dal problema, aveva risposto che trovava disdicevoli quei programmi e che non avrebbe mai voluto vedervi un disabile, pena la perdita della dignità di persona da parte dello stesso. L’assistente al termine dell’esame gli aveva spiegato che, personalmente, anche lui trovava detestabili i reality come forma di spettacolo, ma che in assoluto riteneva che la partecipazione di un disabile a uno spettacolo di quel genere sarebbe stata indice di un preciso avanzamento culturale e anche un segnale di maturità fornito da parte della televisione. Lui, che sapeva quanto fosse controversa quella questione nel mondo della disabilità e come proprio di quei tempi fosse in atto un serrato dibattito su quel tema, rimase con la convinzione di essersi vista preclusa la lode nel suo ultimo, sospirato esame, per una questione che in fondo non era di stretta pertinenza di quella materia.

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Ma ormai era già il tempo della stesura della tesi… ormai non poteva più dire in giro che “aveva cominciato a lavorarci”… ormai era giunto il tempo di lavorarvi a tempo pieno. Era cominciata così una cavalcata che nel giro di poco più di un anno lo avrebbe portato a vivere il momento tanto atteso, il momento attuale, quello della sera che precedeva la fatidica discussione della tesi di laurea. Quello cioè della lettera che stava, aperta, ben in evidenza sulla sua scrivania; era la comunicazione, recapitatagli per posta (e che emozione, riceverla) con le severe prescrizioni del suo ateneo per il giorno della tesi: ben 12 punti da osservare e far osservare ai propri amici e parenti intervenuti alla cerimonia, fuori e dentro l’alula della discussione. E la busta dal severo stemma universitario conteneva anche, per la prima volta e in forma ufficiale, la data e l’ora in cui lui si sarebbe laureato.

Inevitabile quindi per l’uomo, non più studente e non ancora “dottore”, tornare con la mente ai passi iniziali dell’impegnativo lavoro che era stato necessario per costruire la sua tesi. Perché all’epoca aveva dovuto letteralmente “braccare” la sua relatrice, attraverso appuntamenti in università oppure telefonici; ed era partito con in mente un ben preciso argomento di tesi, per scoprire poi che non rientrava nella materia nella quale aveva scelto di laurearsi. Aveva allora ricalibrato l’argomento facendo in modo che rientrasse nel campo della teoria dell’informazione, solo per rendersi conto che il taglio che gli aveva dato era troppo generico e richiedeva ricerche vastissime, lunghissime e faticosissime. Di nuovo, aveva dovuto cambiare i suoi piani in corsa, restringendo il campo d’interesse, circoscrivendo l’argomento della tesi solo a un unico tipo di mezzo comunicativo e a un periodo temporale ben delimitato. Gli era stato di aiuto fondamentale il prof. S., che con sua grande gioia aveva accettato il ruolo di correlatore, il quale gli aveva suggerito di puntare deciso su uno soltanto dei diversi settori nei quali si stava indirizzando la sua tesi. Che così aveva finito con l’occuparsi di televisione anziché di cinema (come aveva creduto possibile lui inizialmente) e, nell’ambito della televisione, di un solo tipo di spettacolo: la fiction. E pensare che la sua idea in partenza era stata quella, accarezzata fra sé e sé per anni, di fare una tesi sulla figura del disabile nel cinema. Errore: la teoria dell’informazione non poteva occuparsi di cinema, che rientrava invece in materie specifiche. Meglio così in fondo, quella tesi non era per niente originale, come aveva scoperto in seguito parlando con altri disabili laureandi o laureati e navigando in internet. E proprio in internet aveva fortunatamente potuto svolgere la maggior parte delle ricerche necessarie per la tesi. Le rimanenti, le aveva sviluppate andando di persona a visionare materiale presso due archivi televisivi, uno dell’emittenza pubblica e l’altro di quella privata. E anche se quest’ultimo aveva richiesto un buon numero di “spedizioni” presso gli uffici dell’emittente, presso i quali era archiviato il materiale (che non poteva essere visionato all’esterno), lo aveva fatto volentieri, solitamente di pomeriggio e al termine di una giornata lavorativa. Perché il visionare e consultare il materiale video era stata la parte più piacevole del lavoro per la sua tesi, proprio come lo era stata “ai tempi”, la visione del ciclo di film previsti per il suo primo esame di Teoria e tecnica dell’informazione. Alla fine la sua relatrice, che lo aveva sorpreso prospettandogli, a febbraio, una chiusura di tesi per la sessione primaverile (cosa che lui non era riuscito assolutamente a concretizzare) aveva più realisticamente reimpostato il suo programma di lavoro per la sessione autunnale e a settembre, mentre lei era ancora impegnata nelle ultime correzioni ai capitoli della tesi, lui aveva passato il file che la conteneva a un suo amico grafico, che si era sobbarcato a tempo di record il duro lavoro dell’impaginazione, consentendogli di rispettare le scadenze previste per la consegna. Ed ora eccola lì, stampata e rivestita dalla mistica copertina purpurea sullo scaffale a fianco al letto, la sua tesi. Pronta per essere discussa l’indomani.

***

I festeggiamenti volgevano ormai al termine: era stata una buona idea quella di organizzare la festa di laurea negli spazi, interni ed esterni, della sua associazione. In parte perché l’ampio cortile aveva permesso, in barba al tempo incerto fino all’ultimo minuto (era il primo sabato di ottobre), di organizzare anche una piacevolissima grigliata all’aperto. Ma soprattutto perché era venuta un sacco di gente. Davvero lui, che aveva provato anche un certo imbarazzo nel festeggiare, alla sua età, quel traguardo tardivo, era ora stupito e commosso, come già lo era stato nel ricevere e leggere le decine e decine di congratulazioni arrivate via internet… tramite e-mail o attraverso i social networks ai quali era iscritto. Eh già, perché i mezzi di comunicazione erano progrediti parecchio da quando alla fine degli anni ’90 lui si era immatricolato all’università. Ricordava infatti che allora erano stati appena introdotti i terminali che, disseminati nelle strutture e nei corridoi dell’università, permettevano agli studenti, con libero accesso, di svolgere velocemente incombenze fondamentali come le iscrizioni agli esami e che all’epoca gli erano sembrati all’avanguardia… e invece il progresso era avanzato ancora e notevolmente, se era vero che a tutti gli ultimi esami aveva potuto iscriversi comodamente da casa, attraverso il sito internet della sua università, risparmiandogli la per lui scomodissima necessità di recarsi ogni volta di persona in ateneo. Erano queste le storie che raccontava agli amici che ora erano qui a festeggiarlo. Queste e poi le altre, come quelle del giorno della tesi: era stato emozionato? E quanto? Tanto, certo, ma poi una volta aperta la porta dell’aula dove era prevista la discussione e varcata quella soglia, tutto era svanito: era esistita solo quella soddisfazione grande, immensa.

Ora, in quell’anno di grazia 2010, che vedeva tra gli altri fatti degni di nota anche l’Inter conquistare, prima squadra italiana, il “triplete” per la vittoria in campionato, coppa nazionale e Champion’s league, mentre il suo fidato assistente personale (che da più di un anno gli consentiva, pur con le sue limitazioni fisiche, di svolgere una vita autonoma) mesceva per gli ospiti birra di produzione artigianale dai grandi silos approntati nei locali della sede, lui non si stancava di salutare gli intervenuti alla festa per la sua piccola, splendida vittoria. Gente, come l’amico che produceva quella birra, che continuava ad arrivare e a ripartire, testimoniando con quella sorta di “stratificazione” le diverse piccole ere della sua vita… e per ognuno di quei volti cari lui aveva in serbo qualche curiosità sul suo percorso universitario e sull’evento da tutti più richiesto, cioè il momento della discussione. Ora per esempio gli era tornata in mente un’altra piacevole facezia al riguardo della famosa lettera dell’università, con i suoi “12 punti 12” da osservare nel giorno del conferimento della laurea: in più di un punto della missiva era specificato che il candidato doveva presentarsi al cospetto della Commissione, per la discussione prima e per la proclamazione poi, stando in piedi. Era anche sottolineato: in piedi. Era divertente adesso raccontare come alla vigilia, quella prescrizione fosse riuscita a strappargli un sorriso, al pensiero che l’indomani la Commissione si sarebbe dovuta accontentare della sua deferenza esibita su ruote, da seduto.

Certo, tornando alla sua pluriennale fatica per completare gli studi, era stata dura non gettare la spugna, sopportare in tutti quegli anni da parte di certe persone gli elogi alla sua perseveranza, sempre un po’ troppo enfatici e caricati per risultare completamente credibili. E poi le battutine… gesù, anche quelle… gli amici, in quanto tali, sapevano di potersele permettere, visto che la loro ammirazione non era in discussione e maledizione, se le permettevano.

Era durato più di tre lustri il suo personalissimo duello, che solo apparentemente poteva sembrare portato avanti nei confronti del sapere, ma che invece, si rendeva ben conto ora, era stato essenzialmente nei confronti di se stesso. Aveva combattuto e vinto, dapprima la convinzione assurda che un individuo con i suoi problemi non potesse frequentare studi universitari; quindi il facile alibi rappresentato dall’estrema difficoltà nel superare una singola materia per la quale partiva con un evidente svantaggio; infine la sirena tentatrice rappresentata da una vita già ampiamente avviata a prescindere da quel fatidico pezzo di carta. Questi i nemici da sconfiggere, non certo il sapere. Sapere che anzi lui aveva sempre cercato con ostinazione, proprio come l’Ulisse dantesco.

Alla fine il giorno della festa non aveva piovuto, ma in ogni caso lui era convinto che anche il peggior diluvio non avrebbe potuto smorzare il sole che gli ardeva dentro, mentre saliva sulla pedana elevatrice della sua macchina, per lasciare la festa e salutare gli ultimi amici rimasti fino all’ultimo. Amici ai quali ancora continuava a raccontare aneddoti della sua epopea universitaria… di come ad esempio, solo poco prima di entrare a discutere la sua tesi, avesse scoperto che il presidente della commissione di laurea altri non era che il suo correlatore, il Professor S.: un onore per lui grande e inaspettato. E poi ancora rievocava ai presenti le storie che gli aveva riportato alla mente la visione del suo libretto universitario, la sera prima della tesi. Quelle storie, già.

Ventisette storie, ventisette esami, ventisette frammenti di vita.

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