Le barriere a scuola non hanno giustificazione

Racconto: “Una supplenza di Gianni Venturi” di R. Rutigliano

Per gentile concessione dell’autore Riccardo Rutigliano, pubblichiamo il racconto Una supplenza di Gianni Venturi della raccolta inedita Con tutte le nostre forze.

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Il suono della sveglia lo aveva trovato già desto nel suo letto da diverso tempo, come gli succedeva ogni volta che aveva in programma un appuntamento importante di mattina presto. Il suo subconscio sembrava volergli impedire di godersi per intero lo spazio temporale che lo divideva dall’orario previsto per alzarsi. Il tarlo del dubbio veniva perfido a bussare alle porte della sua coscienza, insinuandogli una serie di sgraditi pensieri che non gli permettevano più di riprendere sonno: si era ricordato di puntarla, la sera prima, quella dannata sveglia? E se ora riprendeva sonno e poi quella non suonava? Era il disastro…! E ancora: aveva preparato, bene in evidenza, le carte che doveva portare con sé l’indomani, in modo da non dimenticarle prima di uscire? E a seguire, aveva spento le luci della macchina prima di fare altrettanto con il motore? Se non l’aveva fatto, rischiava di bruciare entrambi i fanali, all’accensione del mezzo e la mattina presto faceva ancora buio. Inesorabilmente il suo subconscio passava in rassegna tutti i contrattempi o i veri e propri accidenti che avrebbero potuto farlo arrivare a destinazione in ritardo l’indomani… oppure impedirgli di arrivare del tutto.

Perché Gianni Venturi sapeva bene che per sincerarsi che ognuna di quelle potenziali sciagure (o semplici fisime del suo ansiogeno stato d’animo) non sussistesse, avrebbe dovuto dare inizio a complicate e faticosissime manovre, che si augurava vivamente di dover compiere una volta sola, cioè quella buona e definitiva che l’avrebbe visto alzarsi dal letto per cominciare la sua giornata. Uno con i suoi problemi fisici non poteva permettersi false partenze, non se anche il semplice gesto di recuperare la sveglia dal comodino per verificare se era puntata, gli costava uno sforzo notevole e richiedeva la messa in atto di una serie di movimenti inusuali, tali però da poter in qualche modo supplire all’impossibilità di compiere quegli altri gesti: quelli “normali”, quelli che la gente avrebbe dato per scontati. Ma nella vita di Gianni Venturi non c’era proprio niente di scontato. Se ne era fatto una ragione da quando anche una precisa diagnosi medica era venuta a ufficializzare ciò che di giorno in giorno a lui era apparso sempre più evidente: stava perdendo le forze e la capacità di fare le cose; la capacità di ripetere allo stesso modo le azioni che aveva fino a poco tempo prima replicato meccanicamente, senza nemmeno pensarci su e che ora gli costavano invece grandi sforzi oppure, semplicemente, non gli riuscivano più. La causa non poteva che essere una malattia, e che poi questa si chiamasse distrofia piuttosto che in un’altra maniera, francamente ai suoi occhi poco importava. Il succo era che, se per alzarsi dal letto doveva prima issarsi a sedere tirando con notevole sforzo di braccia una corda fissata alla testiera del letto medesimo, poi far scendere lateralmente e una alla volta le sue gambe dal materasso, infine issarsi facendo leva con le mani sulle cosce, recuperando faticosamente la posizione eretta… beh, era meglio se tutto quel procedimento avveniva una volta sola: quella giusta. E la sveglia che cominciò a trillare proprio su quel pensiero lo avvisò che quel preciso momento era arrivato e che lui, fesso, aveva buttato alle ortiche quasi due ore di sonno.

Il giovane cominciò allora, per davvero, la sua giornata; tirò a sé la fune per issarsi a sedere, e dopo aver fatto scendere le gambe, come un bolso lottatore di sumo stette accosciato, in bilico, per un paio di lunghissimi minuti prima di riuscire a issarsi definitivamente in piedi, destinazione Scuola Media Giosuè Carducci.

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Eccolo ora accedere, uscendo dal vano dell’ascensore, alla porta del seminterrato dove erano situati i box: era riuscito a farsi assegnare proprio il primo della lunga fila, per avere un accesso più facile. Azionò il telecomando per aprire la saracinesca (anche quella era un’accortezza utile a risparmiargli fatica) e, aperta l’auto, s’infilò al posto di guida. Questa procedura gli riusciva ancora piuttosto bene. Al contrario, per uscire dall’auto, all’arrivo, avrebbe dovuto mettere in atto nuovamente i faticosi movimenti da lottatore di sumo… perché per alzarsi aveva bisogno di poggiare saldamente a terra entrambi i piedi e di fare leva sulle gambe con ambedue le mani. Ma era inutile pensare ora all’arrivo, come pure inutile era arrovellarsi sulla durata residua di quella sua seppur faticosa autonomia. Molti dei suoi amici avevano del resto dovuto ricorrere alla carrozzina in età molto più giovane della sua… in confronto a quelle difficoltà, il dover lottare e litigare a ogni rinnovo della patente per continuare a ottenere l’abilitazione alla guida, era una bazzecola. Azionò i comandi sostitutivi dei pedali posti sul volante, in quanto la legge vigente obbligava alla guida manuale un disabile anche nei casi di sufficiente funzionalità residua di gambe e piedi. Riportò il veicolo al livello della strada (all’accensione del mezzo i fanali risultarono correttamente spenti) e cominciò il suo percorso, ancora sperimentale ma che avrebbe pianificato accuratamente nel caso, come si augurava ardentemente, si fosse dovuto trasformare in viaggio quotidiano. A uno dei primi incroci proposti dal percorso, scorse sul bordo del marciapiede a sinistra della sua auto una giovane donna in procinto di attraversare. La donna per la verità non aveva ancora proteso nemmeno la punta di un piede dal porto franco rappresentato dalla banchina, né dato segno in qualsiasi altro modo di voler passare dall’altra parte. Ma a Gianni la sua presenza in quel punto fu sufficiente per fermarsi, seguendo la sua etica forse antiquata, attendendo quindi che lei si trasferisse sull’altro lato del marciapiede. E il suo gesto venne apprezzato se, dopo un attimo di esitazione dovuto all’inconsueto comportamento dell’automobilista, la donna si mosse e, approdata dall’altra parte, si girò per scoccargli un rapido sorriso. In quel sorriso Gianni colse un segnale di grata simpatia. E decise che era un viatico ideale per la giornata che era appena cominciata.

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Appena varcata la porta dell’istituto scolastico si diresse all’ascensore. In una situazione normale avrebbe scelto, faticosamente e ostinatamente, di fare le scale. Perché Gianni voleva protrarre il più a lungo possibile ogni movimento ancora concessogli dalla malattia, anche a costo di grandi sforzi. Ma era in ritardo all’appuntamento col preside e perciò prese la comoda, invitante scorciatoia dell’ascensore. La voce di colui che dirigeva la Scuola Media Giosuè Carducci, scandì un sonoro <Avanti!> ancor prima che Gianni potesse bussare alla porta del suo ufficio, avendo probabilmente scorto la sua sagoma attraverso il vetro smerigliato che costituiva la parte superiore di essa. Gianni Venturi imprecò una volta di più alla distrofia muscolare che gli toglieva, a causa della lentezza dei suoi movimenti, il piccolo vantaggio della sorpresa in quel faccia a faccia. Non che fosse in difetto nel presentarsi all’incontro, ma avrebbe preferito sostenerlo dopo essersi annunciato. Forse era solo preda di un eccessivo nervosismo, dopotutto. Se era lì era perché era stato chiamato: non aveva forse ricevuto una regolare convocazione per quell’incontro? Il telegramma che, con tutti gli altri documenti che aveva tanto temuto di dimenticare, gli gonfiava la tasca interna della giacca, non parlava di una chiamata in quella scuola per il conferimento di una docenza in qualità di supplente? <Allora, come va?> attaccò gioviale il preside e, in un modo o nell’altro, un altro capitolo della vita di Gianni Venturi ebbe inizio.

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Il preside gli aveva spiegato chi era l’insegnante che doveva sostituire e perché. Cioè, perché era stato chiamato a sostituirlo ad anno scolastico già iniziato e per un periodo non breve, visto che, trattandosi di un uomo, la causa non poteva certo essere una maternità. Si trattava, aveva detto il dirigente scolastico, che lo osservava dietro le lenti dei suoi occhiali e un paio di vigorosi baffoni neri, di malattia. <Curioso, eh? A uno la malattia toglie, e a un altro dà…>. A Gianni d’impulso era venuto da rispondere che a lui la malattia no, non aveva dato proprio niente e anzi, aveva tolto, tolto tantissimo… ma si morse la lingua perché aveva capito che il preside aveva inteso dare tutt’altro significato alle proprie parole. Poi il funzionario aveva preso a illustrargli i programmi didattici, le materie di cui avrebbe dovuto farsi carico e le classi che avrebbe dovuto seguire in sostituzione dell’insegnante malato, ma tutto ciò sbiadiva nella mente di Gianni Venturi in confronto al pensiero dominante: avrebbe potuto insegnare. La scommessa fatta anni prima, in barba alle tante difficoltà della sua vita, cominciava ad apparire plausibile. E così si era ritrovato a fare parte ufficialmente del corpo insegnante della Scuola Media Giosuè Carducci.

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Per Gianni infatti insegnare non significava soltanto mettere a frutto i suoi studi trovando un lavoro. Insegnare era una scelta che aveva sentito sua fin da bambino, quando alla classica domanda “cosa farai da grande?” lui rispondeva sempre e invariabilmente non astronauta, non scienziato, medico o avvocato, ma <il maestro>. Perché aveva subito afferrato la grande, incommensurabile portata di quel compito e la responsabilità rivestita da qualunque tipo d’insegnante, di educatore: il potere di addestrare alla vita altre persone, come qualcuno a suo tempo aveva fatto con lui. E fortunatamente lui aveva sempre avuto buoni educatori. Ma ultimamente, spesso, era difficile anche semplicemente ragionare sul diritto allo studio… un settore, quello dell’educazione, così importante per la crescita delle generazioni future, ma sempre così controverso, quando non tartassato da tagli indiscriminati. E poi c’era il capitolo dell’integrazione degli studenti disabili… un problema che non aveva vissuto personalmente, in quanto aveva potuto frequentare gli studi praticamente fino in fondo, senza disagi legati alla sua patologia. Ma era un fatto oggettivo, del quale Gianni pure era al corrente, che anche in quel campo le cose non fossero messe proprio benissimo. Problemi, già. Ma tutti insieme, quei problemi non riuscivano a scalfire l’entusiasmo che provava nell’essere entrato definitivamente nel mondo della scuola.

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Alla spiegazione del “cosa e come” avrebbe dovuto insegnare, era seguita da parte del preside una breve visita guidata (parole dello stesso preside, che ne aveva riso) alle strutture della scuola, che Gianni aveva parzialmente già conosciuto nelle precedenti supplenze che pure gli era capitato di svolgere, sporadicamente, in quella scuola. Nel visitare ora in maniera sistematica aule, laboratori, palestra, mensa, a Gianni era sembrato di tornare indietro nel tempo, a quando lo studente che frequentava ambienti simili a quelli era stato proprio lui, lui che ora si fregiava del titolo di professore. <Ed ecco qui una rappresentanza del corpo insegnante…> stava dicendo nel frattempo il preside, che aveva spalancato una porta affacciandosi su una sala dove erano presenti alcune persone, la maggior parte sedute a un tavolo al centro della stanza, alcune altre impegnate ad armeggiare con armadietti o scaffali addossati alle pareti. Sopraggiunse alle loro spalle una donna, evidentemente un’altra degli insegnanti della scuola e i due uomini sulla porta si scostarono per farla passare, mentre il preside si sentì in obbligo di fare le presentazioni: <E questa…> disse indicando la giovane a Gianni con la mano <questa è la nostra professoressa Giunchi, che è insegnante di sostegno per l’ambito scientifico: AD01> compitò lentamente, quasi fosse la formula di una setta segreta. Gianni allungò verso di lei la mano per la stretta di rito ma la ragazza lo prevenne: <Veramente credo che noi ci siamo già conosciuti…>, disse. Fu solo quando sorrise che Gianni la riconobbe. Era la giovane per nulla appariscente cui lui aveva consentito di attraversare la strada un paio d’ore prima, mentre la sua auto puntava verso la scuola.

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<E così sei dei nostri…> gli stava dicendo ora quella stessa giovane mentre condividevano un caffè davanti alle macchinette piantate strategicamente nell’atrio dell’istituto. <Già, così pare… almeno per un po’> aveva risposto lui, guardingo. <E… qual è il tuo problema?> chiese lei risoluta <Quale problema, scusa?> rispose evasivo Gianni <Beh… è vero che sono diventata insegnante di sostegno più per necessità che per vocazione… ma credo ormai di riconoscere a naso chi ha problemi, sia psichici oppure, come nel tuo caso, fisici. Senza offesa>. In effetti il rilievo della giovane insegnante di sostegno, che si chiamava Livia, faceva riferimento a un dato oggettivo e la sua domanda era più che legittima… ma lui si offese ugualmente. <Io non ho nessun problema> rispose asciutto <I problemi me li creano gli altri quando mi guardano come una bestia rara>. La donna fece spallucce: <Ok, se il discorso non ti piace… anche se a volte, per la paura di subire attacchi, ci si mette nell’angolo da soli… ci sembra di poterci difendere meglio e invece ci si autoemargina>. E detto questo, gli volse le spalle lasciandolo solitario a guardia delle macchinette.

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E l’avventura era cominciata. Avrebbe insegnato Italiano e Storia a due classi, una seconda e una terza. Due classi, in una società ormai multietnica e dalle provenienze linguistiche più disparate, potevano anche risultare un compito impegnativo da assumersi, ma questo pensiero non spaventava Gianni Venturi, che non vedeva l’ora di sperime9ascensore, alla porta del semudenti più continuo e profondo del classico “mordi e fuggi” che fino ad allora era stato costretto a praticare nel suo “precario” rapporto con l’insegnamento. ‘Di che ti lamenti del resto?’ si diceva ‘è pieno il Paese d’insegnanti precari… ti è capitata una buona occasione per avanzare in graduatoria: cerca di non lasciartela scappare e di fare il meglio che puoi. Poi, se il sistema cambierà, meglio per tutti’. E per fare il meglio che poteva, andò subito a studiarsi il programma impostato dal suo predecessore per le materie che avrebbe dovuto insegnare.

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Ogni volta che entrava in un’aula per prendere posto alla cattedra, si sentiva tutti gli sguardi addosso. E non erano gli sguardi che normalmente e potremmo dire anche inevitabilmente, gli studenti rivolgono verso il professore che fa il suo ingresso per dare inizio alla lezione. No, Gianni sapeva, o credeva di sapere perché ne avvertiva il peso sulle spalle, lungo la schiena, sulle gambe, che si trattava di sguardi diversi: sorpresi-curiosi-perplessi-divertiti-canzonatorii, comunque sguardi non particolarmente inclini all’accoglienza.

La situazione contingente era aggravata dalla riflessione che, questa volta, non avrebbe potuto rifugiarsi nel comodo pensiero che “qualsiasi avvenimento imbarazzante gli fosse accaduto in quella classe, lui, quasi certamente, non vi sarebbe dovuto tornare”. In questa classe invece avrebbe dovuto d’ora in avanti presentarsi regolarmente, per buona parte dell’anno scolastico. E allora via, ecco che nella sua fervida immaginazione prendevano ad agitarsi come tanti fantasmi le situazioni che avrebbero potuto metterlo a confronto con esperienze spiacevoli, situazioni che potevano andare dal semplice imbarazzo alla vera e propria, grave, difficoltà. Gli occhi della sua mente gli dispiegavano davanti l’evenienza di una penna, del cancellino o addirittura (vade retro, satana!) del “sacro” registro, caduti a terra e lì rimasti in attesa che lui li raccogliesse, o meglio che desse inizio allo show che indubbiamente avrebbe rappresentato agli occhi di quei dodici-tredicenni, la sua azione per piegarsi verso il pavimento, recuperare l’oggetto ivi giacente e riappropriarsi della posizione eretta; sorta di pantomima o a dirla tutta, autentica discesa agli inferi senza possibilità di redenzione. E che dire se si fossero presentate altre situazioni, forse meno probabili ma ben più gravi, come ad esempio l’evacuazione della scuola, in seguito a un evento catastrofico, con la relativa procedura per la messa in sicurezza anche della sua classe: in quelle occasioni il “Professor Venturi”, più che di aiuto sarebbe risultato di intralcio, ai suoi allievi.

Ma era tardi per pensarci, ora. Aveva desiderato con tutte le sue forze di intraprendere la carriera d’insegnante e ora doveva percorrerla, senza lasciarsi condizionare dai mille impedimenti che ipoteticamente la sua malattia avrebbe potuto procurargli e nemmeno da quelli che invece, con matematica certezza, gli avrebbe proposto. Per cui <Facciamo l’appello> disse. E cominciò la sua lezione.

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Quando si presentò anche nella classe Seconda che avrebbe dovuto seguire, ebbe la sorpresa di trovarvi un ragazzo disabile. Niente a che fare con la sua stessa patologia, ma la cosa lo imbarazzava un po’ perché non gli era mai accaduto di tenere lezione avendo di fronte un alunno che condivideva con lui l’esperienza dell’handicap. Ma forse quella presenza avrebbe potuto risultargli di aiuto per il suo ambientamento. Il ragazzo sembrava non avere problemi alle braccia, che utilizzava senza grandi problemi per spingere la sua carrozzina a mano. Un problema spinale forse, o qualche malformazione alle gambe. Qualcosa di congenito, comunque e non un incidente. O almeno se lo augurava, vista l’età così giovane del ragazzo. In ogni caso Gianni cominciò il suo percorso didattico anche lì. Nelle prime lezioni cercò più che altro di instaurare un rapporto con i ragazzini, e si preparò psicologicamente a fronteggiare le domande che presto o tardi sarebbero arrivate. E accadde la prima volta durante l’ora di storia nella sua Terza. <Prof, perché non si siede?> la domanda gli era planata addosso proveniente da uno degli ultimi banchi della scolaresca. Dopo uno, due, tre secondi buoni <Perché devo scrivere alla lavagna> ripose lui cercando di non dare importanza al rilievo <Ma anche le altre due volte che è venuto, è rimasto in piedi… e quelle volte non ha scritto alla lavagna>. Logica stringente quanto inopportuna e che provocò quasi in Gianni la tentazione di chiamare fuori l’impiccione per una bella interrogazione non programmata. Ma, dopo sole tre lezioni tenute in quella classe… soluzione poco giustificabile oltre che un po’ carogna. Si limitò pertanto a rispondere che lui si sentiva più a suo agio stando in piedi, appoggiato al bordo della scrivania, perché così era più vicino ai suoi alunni. Rimandando all’inevitabile, futura riproposizione di un simile interrogativo una risposta che cominciasse in qualche modo a delineare ai ragazzi la verità.

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Dopo la loro scaramuccia verbale, non aveva più rivisto Livia, l’insegnante di sostegno. Gianni insegnava presso la scuola Carducci da circa un mese ormai e bene o male gli era capitato di incontrare un po’ tutti i suoi colleghi, ma lei no. Fino a quando non gli successe di incrociarla in corridoio durante lo spostamento dall’una all’altra delle sue due classi. Gianni, colto di sorpresa, si sentiva sulle spine perché non sapeva come comportarsi, dopo la loro diatriba durante la pausa caffè: freddezza, indifferenza o sorriso riconciliatore? A trarlo d’impaccio ci pensò la stessa Livia, che ben prima di arrivare all’altezza del giovane, lo interpellò dicendogli: <Avrei bisogno di parlarti, appena puoi> come se fossero stati abitualmente in contatto per tutto quel periodo. <Parlarmi? E di che cosa?> fu la replica non particolarmente brillante di Gianni, ma lei non vi fece caso concludendo il suo messaggio con <Quando hai mezz’ora libera. Fammi sapere dove> prima di proseguire il suo tragitto sparendo alla sua vista. Gianni entrò nella sua classe meditabondo e avrebbe certamente continuato a pensare all’enigmatica insegnante di sostegno, se non fosse arrivata una nuova manifestazione di curiosità da parte dei suoi allievi verso il suo modo di stare in classe a strapparlo dalle sue elucubrazioni. Questa volta non cercò di eludere la domanda e, rimboccatesi idealmente le maniche, s’imbarcò nella complessa spiegazione di come potesse una malattia genetica di quel tipo influenzare la vita di una persona e, a cominciare da un’età più o meno simile alla loro, potesse progressivamente togliere le forze e la capacità di compiere determinati movimenti a un ragazzino fino ad allora ritenuto normale. E il risultato, almeno nel suo caso (da ritenersi tra i più fortunati), era quello che avevano davanti ai loro occhi: un professore che non poteva compiere tutte le azioni o i gesti ritenuti comuni, ma che era perfettamente in grado di svolgere il suo ruolo d’insegnante.

Contrariamente a quanto si era aspettato, al termine della sua esposizione non riscontrò apatia o sarcasmo. Le domande non furono molte, ma sembravano ispirate da una genuina voglia di saperne di più. E, quel che più pareva importante agli occhi del “Prof. Venturi”, la classe sembrava averlo accettato come suo insegnante a tutti gli effetti, nonostante l’ammissione della sua “imperfezione”.

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<Bene, eccoci qua> disse Gianni scostando una sedia per lei e accomodandosi a sua volta al tavolo della mensa. Perché era quello “il quando e il dove” che lui aveva scelto per parlare e soprattutto per sapere quello che aveva da dirgli la professoressa Giunchi. Livia. Lei aveva accettato di buon grado di incontrarlo là (entrambi avevano lezioni sia di mattino che di pomeriggio e il problema del pranzo da risolvere) e ora ne sopportava lo sguardo interrogativo; dal quale si sottrasse dicendo: <Cosa ne sai del bullismo?>. Preso in contropiede, Gianni annaspava e prima di riuscire ad articolare una richiesta d’informazioni più circostanziate, subì un’ulteriore sollecitazione: <Abbiamo un caso di bullismo qui nella nostra scuola>. <Qui?> chiese stolidamente Gianni <Già… qui> confermò l’insegnante di sostegno, non distogliendo i suoi occhi da quelli di lui. <E ora dimmi cosa sai di questo fenomeno …o problema sociale che dir si voglia> lo incalzò ancora Livia e così il prof. Venturi, sentendosi di nuovo al banco dell’esaminando come ai tempi dell’università, cominciò a cercare appigli nella memoria per sviscerare l’argomento. Parlò allora di comportamento aggressivo, di necessità da parte del bullo di mettersi in mostra e di primeggiare, quasi sempre per bilanciare uno scadente rendimento scolastico, parlò del gruppo che di solito legittimava il compartimento del bullo consentendogli di avere quella ribalta da lui cercata e poi  della vittima che per paura o per quieto vivere non si ribellava ma subiva in silenzio. Alla fine, dallo sguardo di Livia gli parve di essere riuscito a strappare lo stiracchiato voto che gli permetteva di passare l’esame. <Già> disse alla fine lei <e tutte queste cose le abbiamo qui, adesso>. E poi cominciò a spiegargli come fosse venuta a conoscenza, da bisbigli degli alunni, allusioni dei bidelli, sospetti degli altri professori e naturalmente da proprie osservazioni e deduzioni, che nella loro scuola proprio allora c’era qualcuno che stava esercitando il ruolo del bullo e che inoltre <c’è di mezzo uno degli studenti disabili>, disse. Gianni a quella notizia restò di stucco <Uno dei nostri studenti disabili è vittima di bullismo?> Livia rispose che sapeva per certo che nessuno degli alunni da lei seguito come insegnante di sostegno poteva essere coinvolto, ma le voci erano troppo insistenti, i brani di alcuni discorsi tra gli altri ragazzi che aveva captato parlavano chiaro <Quindi il disabile che ha questi problemi deve essere il tuo> <Il mio?> Gianni, che a stento era conscio di avere un disabile in classe, scoperta recentissima, non capiva proprio come la donna stesse dipanando il suo ragionamento. <Dài, non occorre essere Sherlock Holmes per capire che, se nessuno dei ragazzi che seguo io ha problemi, né ne hanno quelli seguiti dai miei due colleghi che si occupano del sostegno… perché vedi, l’unico ragazzo disabile che non ha il sostegno, in quanto sufficientemente autonomo fisicamente e del tutto alla pari degli altri a livello intellettivo, è il tuo>. <Innanzitutto non è “il mio”, ma è solo uno dei miei alunni, uno dei ragazzi presenti nelle mie due classi. Certo con qualche problema, ma…> <Ah, lui ce li ha i problemi, quindi. Non come te, certo…> lo interruppe la donna. Come sempre quando si sentiva messo a nudo, con tutta la fragilità dovuta alla sua malattia che voleva ostinatamente mantenere nascosta, Gianni reagiva con insofferenza, che sfociava a volte anche nell’aggressività. Come ora, ad esempio, quando le parole della collega lo spinsero ad alzarsi in quello che avrebbe voluto essere un gesto impulsivo, ma che, dovendo presupporre la faticosa leva del suo braccio sinistro sul bordo del tavolo e quella altrettanto laboriosa del braccio destro sulla sua coscia, divenne solo una penosa e patetica ammissione delle sue difficoltà. In tutto questo, Livia lasciò fare osservandolo muta e pensierosa, fino a quando lui, recuperato l’equilibrio che gli serviva per cominciare a camminare, non ebbe guadagnato l’uscita della mensa. Solo allora lei si decise ad alzarsi a sua volta e dopo un breve inseguimento, lo raggiunse e disse alle sue spalle: <Senti, se ti dà fastidio parlare di te stesso, va bene. Lasciamo stare. Ma cerca di non dimenticarti quello che ti ho raccontato: è ai ragazzi che dobbiamo pensare>. <Perché ci procurano lo stipendio?> Gianni si era girato e la fronteggiava. La mano di Livia scattò in modo automatico, quasi fosse dotata di vita propria e andò a colpire il giovane sulla guancia destra; lui al colpo improvviso, forte e del tutto inatteso, sbandò perdendo il contatto col terreno con il piede destro, annaspò per riconquistare l’equilibrio in quella direzione ma finì per sbilanciarsi in avanti e quindi, mentre le braccia roteavano cercando invano di svolgere il ruolo di bilancieri, perse definitivamente l’equilibrio all’indietro. <Oddìo no!> urlò la donna cercando di afferrarlo per la camicia per impedirgli di cadere, ma lui: <Ferma, ferma!! Lasciami!> urlò a sua volta mentre, essendo riuscito a protendere un braccio dietro di sé, bloccava la sua caduta nella posizione accosciata che gli era ormai familiare. <Lasciami> ripeté con voce ora più calma e tono basso e aggiunse: <Non è la prima volta che mi succede> e poi: <…di cadere, intendo. Non di essere preso a schiaffi da una donna>. Con la mano sinistra Gianni aveva afferrato il polso della ragazza, stringendolo. Lei mollò la presa. Lui allora allargò leggermente le gambe, appoggiò a sinistra la mano sulla coscia e dall’altro lato recuperò con uno slancio verso l’alto il braccio, facendo planare la mano sulla coscia destra; quindi cominciò a spingere. L’insegnante di sostegno mosse un passo in avanti, nuovamente con l’intenzione di venirgli in aiuto, ma lui scosse il capo, chino così com’era nello sforzo di rialzarsi e disse: <No. Devo farcela da solo. Posso farcela da solo>. E da solo ce la fece, recuperando, paonazzo in viso, la posizione eretta.

***

Dopo l’incidente fuori dalla mensa Gianni cercò di evitare nuove situazioni di scontro con la professoressa Giunchi. Visto che non avevano occasioni di incontrarsi spesso durante la settimana scolastica, cercò di assecondare quella tendenza. Quella donna testarda e risoluta, aveva il potere di farlo innervosire… sempre pronta a impicciarsi degli affari degli altri. Ma in fondo, la volontà di lei di non chiudere gli occhi davanti ai problemi, fossero quelli dei loro studenti o quelli di un collega, poggiava su basi meno fragili ed era mossa da intenzioni meno negative di quanto lui fosse disposto ad ammettere. Dunque per non risultare meno responsabile di Livia (o per non darle questa soddisfazione, a seconda dei punti di vista) tenne le antenne ben alzate e lo sguardo vigile, sforzandosi di essere meno ripiegato su se stesso e sulla sua personale crociata contro la malattia e l’ostile mondo intero. Fu così che, quando scorse su alcuni ragazzi della sua classe Seconda, dei segni provocati da lividi e graffi, oltre a pensare che potessero esserseli fatti giocando in maniera troppo vivace in cortile durante gli intervalli o alla meno rassicurante possibilità che avessero dei genitori troppo maneschi, prese anche in considerazione la causa prospettatagli dalla collega.

Mentre parlava a quei ragazzi stando appoggiato come al solito al bordo della cattedra, cercando di affascinarli verso alcuni degli autori che avrebbero incontrato nello studio del loro testo di Antologia rivelandone gli agganci con la realtà presente, ora non smetteva di scrutarli, quei tredicenni; non si sentiva più tanto sulla difensiva, in vergognosa difesa del proprio orticello, ma più consapevolmente calato in quei panni da insegnante che, per essere tali, non potevano prescindere dall’interessamento per la salute e per la sfera privata di qui ragazzini. Fu proprio grazie a questa sua metamorfosi che, insospettito da quelli fra i suoi alunni che sembravano portare segni eccessivi, assecondando un’ispirazione improvvisa seguì all’intervallo l’unico fra di essi che sembrava completamente indenne, fino in fondo al corridoio. Si fermò, prima di voltare l’angolo che portava ai bagni, esitando, perché il proseguire avrebbe inevitabilmente svelato la sua presenza a chi si trovava là e stava vociando in maniera convulsa. Non avrebbe certo immaginato che svoltare quell’angolo gli avrebbe procurato una tale sorpresa: non già lo studente che lui aveva seguito fin lì era l’oppressore, intento a fare il bullo con un compagno più debole, ma era in realtà l’oppresso, costretto in un angolo del muro del bagno dalla carrozzina e dal braccio dello studente disabile che stava nella Seconda di Gianni. Ed era proprio quello, che dando sulla voce all’altro, gli intimava: <Caccia il cellulare, bastardo… e i soldi. So che ce li hai> <Ma cosa succede qui!?> urlò Gianni e il ragazzino volse lo sguardo <Che c’è prof, sei sorpreso?> rispose, per nulla intimorito per essere stato colto sul fatto <Ti fa strano che uno come me non è quello che pensate tutti quanti? Quello buono, sottomesso, sfigato… eh, prof?>. Dopo un attimo di teso sconcerto <Ma tu… insomma! Come ti permetti?> sbottò alla fine Gianni. <Lascia andare subito il tuo compagno e vieni con me dal preside…> disse e protese il braccio per afferrare il giovane ribelle sulla carrozzina. Ma quello lo schivò facilmente e, prima di allontanarsi spingendo il suo ausilio a rotelle a tutta velocità, disse: <Dal preside? Certo… allora prova a prendermi> e ancora <Coraggio, prof: mostraci il tuo scatto!> non mancando di sbeffeggiarlo così agli occhi della piccola platea che si era nel frattempo formata. Gianni restò inchiodato lì, impotente e schiumante rabbia e inadeguatezza… sentendosi, lui sì, più disabile che mai.

***

<Tu lo sapevi. Non potevi non saperlo> i lineamenti un po’ asimmetrici di Livia incorniciavano ora il suo sguardo più neutro <Non potevi non aver capito che quella piccola peste era il bullo e non la vittima!> sbottò Gianni, gettando in faccia alla collega tutto il suo livore. Lei si prese il suo tempo prima di rispondergli <Diciamo che avevo dei fondati sospetti… non solo sull’identità del disabile coinvolto, ma anche sul suo ruolo nella vicenda> <Mi hai fatto fare la figura del cretino. Con gli altri ragazzi… e anche con il preside> <Non mi avresti creduto. Ti saresti incazzato e avresti negato l’evidenza pur di non darmi ragione> disse lei, asciutta. Seguì una lunga teoria di difetti che secondo la donna facevano di Gianni una persona immatura o, quanto meno, poco obbiettiva nei confronti degli altri. Ma questa volta lui non perse la calma. Attese e quindi <E ora cosa facciamo?> chiese. <Facciamo?> si sorprese la professoressa Giunchi <Siamo diventati una squadra?> domandò ancora, sardonica; Gianni non raccolse la provocazione e le domandò di nuovo come lei pensava di risolvere la situazione. <Semplice. Andiamo dal preside e gli esponiamo dettagliatamente tutta la vicenda dall’inizio, partendo dai miei sospetti, fino alla fine, cioè alla tua testimonianza diretta> Gianni cominciò a ribollire e ricordò alla donna che dal preside ci era già andato lui, e quello gli aveva riso in faccia, dicendogli che non poteva pensare che un ragazzino menomato seminasse il panico tra coetanei sani e robusti e potesse sottrarsi al controllo e alla disciplina imposta dai professori. <Così ti ha detto?> dopo lo sconcerto iniziale, Livia recuperò il suo “aplomb” <Bene. Se non crede ai nostri racconti, gli porteremo le prove. E se non capisce ancora, useremo le maniere forti e lo prenderemo per sfinimento… Andiamo>.

Il sommesso bussare alla porta, precedette di poco l’entrata nell’ufficio del preside di Livia <Professoressa Giunchi, ancora lei? Se è per la storia del materiale didattico chiuso negli armadi dei colleghi, gliel’ho detto: non dipende da me! E per quanto riguarda quello della biblioteca, la chiave è… ma… c’è anche lei, Professor Venturi?> <Col suo permesso, Preside> disse Gianni senza tanti fronzoli e mentre Livia si accomodava su una sedia posta di fronte alla scrivania del preside, Gianni, rimasto in piedi non per spocchia ma per evitare laboriosi e imbarazzanti momenti al termine del colloquio, disse: <Siamo qui per parlarle di Rudy e stabilire come aiutarlo>. Parlarono, descrissero e discussero col preside per più di due ore, ma alla fine l’elemento determinante per avvalorare i loro racconti fu una foto scattata col cellulare di Livia, dove si vedeva il ragazzo chiamato Rudy in atteggiamento inequivocabilmente violento verso uno dei suoi compagni, in un corridoio della scuola. Sullo sfondo, altri compagni guardavano, alcuni ridevano.

***

Il preside aveva osservato l’immagine fissata dal cellulare di Livia e, seppure riluttante, aveva dovuto arrendersi all’evidenza, ammettendo che il ragazzino disabile costituiva un problema. Un problema per i compagni, aveva detto, un problema per se stesso, ma anche un problema per la scuola. Aveva infatti fatto presente ai due insegnanti il baffuto dirigente, che il loro istituto vantava una brillante reputazione per quanto riguardava l’integrazione degli studenti con handicap. E questo episodio avrebbe nuociuto sicuramente a quella reputazione. La professoressa Giunchi, che stava passando in rassegna tra sé tutti i problemi che incontrava quotidianamente nel suo ruolo di insegnante di sostegno, non riuscendo a trovare molti elementi a sostegno di quella brillante reputazione, scuoteva la testa… giacché non poteva esserci niente di brillante nel dover combattere con gli insegnanti delle materie per le quali lei prestava il sostegno, che spesso avrebbero preferito (e alcuni glielo chiedevano esplicitamente) che lei portasse fuori dall’aula il suo assistito per svolgere una lezione “ad personam” contraria ad ogni principio di integrazione; né poteva definirsi brillante la mancanza di rispetto che riscontrava nelle classi degli alunni che seguiva, che era figlia del mancato riconoscimento del suo ruolo e della sua importanza da parte dei genitori e del corpo docente. Si alzavano forse in piedi i ragazzi, come facevano per il loro insegnate, quando lei entrava in aula? Mai. Ma tutto questo ora aveva poca importanza. Ora bisognava cercare di risolvere la complicata situazione proposta loro da quel “bullo” tremendamente atipico. <Difatti> aveva argomentato Livia con il preside e con lo stesso Gianni <se è vero che dobbiamo intervenire con decisione e senza farci condizionare dallo stato del ragazzo, è altrettanto vero che dobbiamo fare la massima attenzione a non contribuire a farne un emarginato> e Gianni, una volta tanto, aveva concordato: <Indipendentemente dal suo comportamento, lui ha degli svantaggi che, allontanandolo dai compagni e dalla scuola, rischieremmo solo di accentuare>. Il preside era parso scettico sulle modalità di intervento proposte dai due, che avevano buttato sul piatto le figure dell’assistente sociale, dello psicologo e il coinvolgimento della famiglia per creare una sorta di “rete” che aiutasse il ragazzo a cambiare. <Per prima cosa bisogna metterlo in condizione di non nuocere> aveva sentenziato il preside e, pur sottolineando che quella priorità non doveva finire per diventare l’unica risposta, Gianni e Livia non avevano potuto dargli torto.

Così architettarono un piano. Per prima cosa, Gianni rispondendo allo sguardo di sfida che gli lanciava il bullo dal suo banco durante la lezione, gli sussurrò mentre usciva, al termine della stessa: <Abbiamo un conto in sospeso noi due. Non sperare di farla franca>. Poi, le cose successero in fretta: al successivo intervallo, Gianni svoltò ancora una volta l’angolo del corridoio che portava verso i servizi, certo di trovarvi il teppistello in carrozzina intento a spadroneggiare su qualche sfortunato compagno. Ed eccolo infatti, Rudy, che al centro di un capannello di ragazzi era intento a interpretare il suo ruolo, come un consumato attore sul palco. Il ragazzo lo scorse subito: a Gianni sembrò anzi addirittura che il giovane facesse quello che stava facendo, curando con la coda dell’occhio l’angolo che immetteva nel corridoio… non appena ne sbucò il professore, infatti, la sua voce salì di tono e le sue invettive, da semplici offese umilianti, si fecero comandi imperiosi volti a ferire il malcapitato non solo nell’orgoglio, ma anche nel fisico: <Ti ho detto di inginocchiarti, hai capito?> stava dicendo strattonando verso il basso la sua vittima <Giù. E adesso mi devi baciare le ruote. Sì quelle davanti. Proprio così.> e sempre tenendolo per un braccio, gli assestò un pugno sulla testa. Poi, rivolgendo apertamente lo sguardo verso il suo insegnante <Ah, buongiorno professore. Posso fare qualcosa per lei?> Gianni non si scompose <Sì, seguirmi dal preside> <Ehi, ragazzi, il prof Venturi vuole portarmi dal preside. Che ne dite, ce la farà?> seguì un coro di risate e di <Nooooo!> e di <Buuuuu!> ma Gianni non si fece condizionare e continuò ad avanzare verso il giovane disabile. Quello allora, come un ragno ormai sazio che lasci andare l’insetto che si apprestava a divorare, mollò la presa sullo sventurato in sua balìa (che fu lesto a mettersi a distanza di sicurezza) e rivolse tutta la sua attenzione verso Gianni, al quale sembrò quasi che il ragazzino accennasse delle finte con le spalle e con le braccia tenute basse e vicino alle ruote, in modo molto simile a un pugile sul ring. Stava indubbiamente aspettando la sua prima mossa per beffarlo fuggendo in direzione opposta… e Gianni, ormai a portata di mano, fece quella mossa. Rudy, sempre col sorriso beffardo sulle labbra, dopo aver finto di assecondare quel movimento, si slanciò nell’altra direzione. Ma qualcosa lo bloccò. Qualcosa lo aveva infatti avvinto da dietro e ne aveva soffocato lo slancio, per il tempo utile a Gianni ad arrivargli addosso con tutto il suo peso. Quel qualcosa era Livia, sbucata dai bagni dove era rimasta appostata all’interno di un ripostiglio e ora fermamente aggrappata con le mani alle due maniglie ai lati dello schienale della carrozzina di Rudy. Il quale Rudy era rimasto a bocca spalancata. E a bocca aperta tutti i suoi compagni guardavano Livia: per la destrezza e l’efficacia della sua azione, certo. Ma anche perché il bagno dal quale era sbucata era quello dei maschi.

***

Rudy era stato immediatamente sospeso. Oltre ai due insegnanti, anche l’ultima vittima aveva testimoniato, confermando le accuse. Il fatto che quest’ultimo ragazzo fosse di terza, quindi addirittura più grande del bullo, dimostrava quanto questo fosse pericoloso per i suoi compagni. Col passare dei giorni poi, molti di questi erano usciti allo scoperto, raccontando le proprie esperienze personali. Restava da stabilire per quanto tempo doveva durare la sospensione. Gianni e Livia avevano provato a dissuadere il preside da una sanzione protratta oltre il termine già eccezionale di quindici giorni che, se seguita da altre simili punizioni, avrebbe potuto anche significare la perdita dell’anno per l’alunno disabile, ma il dirigente sembrava avviato a una scelta drastica.

I due insegnanti si erano incontrati in sala professori per decidere il da farsi. <Ti confesso che quando vedo quel banco vuoto durante le lezioni, non posso fare a meno di pensare che ho fallito. E che abbiamo fallito come scuola> <Colpevolizzarsi non serve> aveva risposto la donna, mentre si massaggiava le braccia strofinandosele con le mani> <Ti fa male?> le aveva chiesto Gianni notandola mentre compiva quel gesto, evidentemente inconsapevole, a giudicare dallo sguardo sorpreso che lei stessa aveva posato sopra la propria mano colta nel movimento. <Beh, il nostro amichetto ha una forza notevole nelle braccia. Almeno lì, nessun handicap, te lo assicuro…> <Già, ma questo non deve farci dimenticare che comunque ha degli svantaggi rispetto ai suoi coetanei e non dobbiamo essere noi a creargliene altri> aveva ribattuto Gianni <Ah-ah> aveva commentato scuotendo la testa l’insegnate di sostegno <Nessuna prevaricazione, nessuna indulgenza: pari diritti, pari doveri>. Gianni si era passato faticosamente una mano tra i capelli, scarmigliati più per comodità che per look <Capisco cosa vuoi dire> aveva detto infine <ma restare più indietro quando già si è partiti dopo tutti gli altri, può significare perdere la possibilità di arrivare al traguardo>. Decisero che non potevano stare semplicemente alla finestra: occorreva proporre al preside qualcosa di alternativo alla sanzione massima. Concordarono che Gianni, in qualità di suo insegnante, sarebbe andato a trovare a casa il giovane bullo per verificare il contesto nel quale viveva e decidere quindi di conseguenza la strategia da seguire.

Questo primo incontro con il ragazzo nel suo ambiente fu però piuttosto deludente: la famiglia di Rudy non mostrava nessun indizio di degrado sociale o di trascuratezza nei confronti del suo giovane componente con handicap. Una famiglia che non viveva nel lusso né nella miseria, genitori né oppressivi né trascurati. Insomma, una famiglia normale. Quando l’insegnante aveva parlato con la mamma e il papà del ragazzo, questi si erano stupiti per quanto veniva loro raccontato e si erano detti disponibili a collaborare per creare sinergia tra scuola e ambiente familiare. Ma il diretto interessato era apparso distaccato e insofferente; insensibile ai vincoli della struttura scolastica come a quelli della cerchia familiare; in poche parole: non era interessato a cambiare.

E l’aveva dimostrato, il ragazzino, quando allo scadere della sospensione che alla fine il preside e il consiglio avevano deciso per il momento di limitare ai quindici giorni, era rientrato a scuola, ma tempo pochi giorni e si era macchiato nuovamente di atti violenti e insubordinati.

Gianni scuoteva la testa, parlandone con Livia, più che mai convinto che stava sbagliando tutto… <Non ho risolto niente. Quel ragazzo è un muro impenetrabile> <Nessun muro è impenetrabile… altrimenti i trafori che attraversano le montagne per chilometri e chilometri non esiterebbero> fu il commento della donna, <Filosofia spicciola> ribatté Gianni <Dimmi cosa devo fare, invece>. La giovane lo fissò negli occhi, osservò il volto dalla barba lunga, trascurata a causa dell’impegno che l’arrovellava ma forse anche per una sottile forma di pigrizia dettata dalla malattia. <Beh, questa volta proviamo a chiedere che invece della sospensione facciano fare al ragazzo dei lavori socialmente utili nella scuola… chessò… aiutare i bidelli nelle pulizie, oppure tinteggiare le aule più degradate…>. A queste proposte, l’insegnante di sostegno aggiunse poi la possibilità di incontrare nuovamente la famiglia di Rudy con un diverso approccio e soggiunse, in quella evenienza, di essere disponibile ad accompagnare Gianni; il quale parve però visibilmente contrariato dall’idea.

Ma il bulletto disabile si faceva beffe delle loro incertezze e delle loro cautele nei suoi confronti, così anche nell’espletamento di quei servizi di utilità comune e di civica educazione strenuamente perorati da Gianni con il preside e sostenuti poi da questi in consiglio, riuscì a macchiarsi di una condotta tanto violenta da spedire un compagno al pronto soccorso con un taglio, provocato da una spinta contro una vetrata, che aveva richiesto 50 punti di sutura. All’inevitabile nuova sospensione che ne era seguita, l’unica alternativa rimasta per fare riammettere il ragazzo a scuola e impedire che perdesse l’anno scolastico, sembrava proprio quella di incontrare il giovane scapestrato sul suo terreno. Si ritrovarono a discuterne nuovamente, in una giornata grigia quasi quanto l’umore di Gianni <Andiamo a trovarlo. Io e te> Insisteva ancora Livia, mentre Gianni rimetteva sul piatto il solito disco: <Sono io il suo insegnante, io ho la responsabilità del suo comportamento dentro e fuori dalla classe…> e Livia: <Ma io insegno da più anni, posso venirti in soccorso se esaurisci gli argomenti…> e provava addirittura a buttarla sull’ironia <Dài, io e te: poliziotto buono e poliziotto cattivo>. Ma non c’era verso, anzi l’insistenza della collega indisponeva Gianni, che alla fine sbottò: <Guarda che io non sono uno dei tuoi alunni disabili… non ho bisogno del sostegno, io!> e gettatale in faccia quella frase sprezzante, si allontanò in direzione dell’uscita della scuola, che varcò sotto un cielo nero e minaccioso. Raggiunse la sua macchina nel parcheggio e si lasciò cadere pesantemente al posto di guida e, mentre tirava a sé lo sportello, constatò quanto l’aria fosse carica di elettricità: davvero il tempo non prometteva niente di buono. Aveva appena avviato il motore e governato la partenza dell’auto, quando sentì la voce di Livia dietro di lui: <Gianni fermati, Gianni!> doveva aver superato l’impatto provocato dalle parole dell’uomo, seguendolo dopo qualche minuto fuori dall’edificio. Gianni la guardò rimpicciolire nello specchietto retrovisore. Non si fermò.

***

La pioggia cominciò a cadere dopo la seconda curva, dapprima a goccioloni isolati, poi a copiosi rovesci, infine sembrarono aprirsi le cateratte stesse del cielo, quando vere e proprie muraglie d’acqua vennero abbattute dal vento, a ondate successive, contro il muso della sua auto. Ora la visibilità era ridotta al minimo e Gianni faceva fatica a individuare i margini della carreggiata. Per un attimo prese in considerazione l’idea di fermarsi e semplicemente attendere che il peggio passasse. Ma il timore che altre macchine sopraggiungendo e avendo la sua stessa pessima visibilità, potessero finirgli addosso, lo convinse a proseguire. Procedendo, gli sembrò di intravedere la sagoma di un ponte, o meglio di un cavalcavia che sormontava la strada che stava percorrendo. Comprese allora in quale punto del tragitto dalla scuola a casa sua si trovasse, circa ai due terzi, e rassicurato si apprestò ad affrontare l’ultimo tratto. Mentre cominciava a passare sotto la sagoma del ponte stradale notò che la strada in quel punto era in leggera discesa, ma fu solo quando si trovò esattamente sotto la struttura di cemento armato che comprese l’errore che aveva fatto. L’acqua piovana che prima scorreva in grossi rivoli sull’asfalto, all’improvviso cominciò a salire di livello: da qualche parte la furia liquida doveva avere rotto gli argini di un canale o di un torrente trasformando quell’avvallamento in una pericolosissima trappola e ora minacciava seriamente la macchina di Gianni, che faticava a procedere sempre più. Poi il motore tossicchiò e si spense. Gianni cercò freneticamente, più volte, di riavviarlo mentre il terrore che aveva provato in altre rare occasioni in cui si era trovato completamente solo mentre era in difficoltà a causa della sue condizioni fisiche, cominciava ad assalirlo. Quel terrore di non farcela che lo paralizzava facendogli perdere anche la capacità di compiere quei movimenti che, seppure con difficoltà, era sempre riuscito a svolgere precedentemente. Quel terrore che gli faceva ammettere, solo ora e solo a se stesso, di non essere per niente “autosufficiente nonostante la malattia”, come invece non smetteva mai di urlare contro il mondo intero… e l’acqua saliva, saliva; aveva ormai cominciato a penetrare nell’abitacolo della macchina da tutte le fessure, già gli aveva sommerso i piedi e continuava ancora a crescere; valutò durante brevi e insieme lunghissimi istanti se fosse meglio restare all’interno dell’auto o cercare di uscirne. Quando decise che uscendo e mettendosi seppur faticosamente in piedi avrebbe potuto, reggendosi diritto vicino alla macchina, portare la testa a un’altezza difficilmente superabile dal livello dell’acqua, fu troppo tardi per agire in tal senso. Anche la maniglia della portiera era finita sott’acqua e tutti i suoi tentativi di sbloccarla per consentire l’apertura dello sportello risultarono vani. La maniglia tendeva a scivolare sotto le sue dita: riuscì a farla scattare un paio di volte, ma la portiera non si aprì: non riusciva a Gianni di imprimerle una spinta sufficiente ad aprirsi, forse per la pressione che esercitava tutta quell’acqua dall’esterno, forza evidentemente maggiore rispetto a quella menomata impressa dalle sue braccia. Provò allora di nuovo a far partire la macchina, ma nella concitazione le chiavi gli sfuggirono di mano, finendo con un sordo e terribile “ploc” nella grande piscina che ormai era diventata la sua auto. Ogni tentativo di trovarle e ripescarle dal fondo della vettura risultò inutile. Ora non poteva più rimettere in moto l’automobile né poteva riuscire ad abbandonarla. Si rese conto che stava facendo la fine del topo in gabbia e cominciò a tirare pugni alla cieca e a suonare il clacson all’impazzata. <Il finestrino!> il grido improvviso proveniva dall’esterno. Ora qualcuno picchiava sul vetro alla sua sinistra ripetendo quelle parole <Il finestrino, Gianni! Cerca di aprire il finestrino!> era la voce di Livia, Livia che lo incitava a fare qualcosa; lunghi attimi per decodificare la situazione e il senso di quelle parole urlate, infine <Ma sono elettrici… la macchina è spenta… come lo apro? Come lo apro!> urlò a sua volta Gianni. <Allora dobbiamo per forza riuscire ad aprire la portiera! Coraggio…. Io tiro, tu spingi!> reagì di rimando la donna e subito smanacciò nell’acqua vicino alla portiera alla ricerca della maniglia. Gianni sentì scattare l’apertura: lei che aveva trovato il tasto e aveva scostato di qualche centimetro il battente <Dài, io tiro, tu spingi… al tre!> gridò nuovamente e cominciò a contare. Al tre, mentre Livia puntava un piede contro la macchina facendo leva, Gianni si buttò contro lo sportello spingendo con tutte le sue forze, come mai aveva spinto in vita sua, consapevole che quell’esercizio era il più difficile e importante di sempre. E la portiera si aprì.

***

Gianni era disteso a terra, là dove la massicciata dalla quale sortiva uno dei due lati del cavalcavia cominciava a salire un po’ e l’acqua non poteva arrivare. Livia stava china su di lui, le spalle coperta da un’argentea coperta termica. Quando la portiera si era aperta, là, sotto il dannato ponte, lei l’aveva aiutato a mettersi in piedi senza cadere, scivolando e rischiando lei stessa di finire sommersa. Poi, dopo un tempo che era loro parso infinito, erano arrivati i pompieri, che formando una catena umana, erano riusciti ad agganciare una fune di sicurezza al montante della portiera dell’auto dove loro stavano avvinghiati. E aggrappandosi con un braccio a quella fune tesa, alta e ben salda, erano riusciti, Gianni più trascinato dagli altri che camminando con le proprie gambe, a riguadagnare la parte di strada non allagata e con essa la luce del giorno. <Sei stata coraggiosa> le disse ora Gianni <Terribilmente efficiente. E sei anche riuscita a chiamare i soccorsi…> <La forza della disperazione> rispose lei, sfatta dalla fatica <E in quanto ai soccorsi, non li ho chiamati io> <Come…> cominciò Gianni ma lei scosse il capo e poi, senza parlare accennò con esso verso la sommità del cavalcavia: al centro della struttura s’intravvedeva una figura. Rudy. <Lui?> <Abita qui vicino, ricordi? Deve aver visto la scena dalla finestra e ha deciso di fare la cosa giusta> la sagoma sul cavalcavia osserva la scena dall’alto, furtiva <È un primo passo. C’è ancora molto da lavorare su di lui. Ma forse ora ti sarà più facile farlo riammettere a scuola. E poi dare seguito a quel lavoro>. Gianni socchiuse gli occhi: <È vero: c’è ancora tanto lavoro da fare su di lui e su altri che rischiano di diventare come lui. Ma non sarò io a fare quel lavoro. Lascio l’insegnamento, Livia.> <Stai scherzando> disse lei, senza la minima intenzione di rendere interrogativa la sua frase. Ma Gianni aggiunse che no, non stava scherzando: quanto accaduto lo aveva definitivamente convinto della sua inadeguatezza all’insegnamento. E oltre all’impossibilità di proteggere i suoi allievi in situazioni di pericolo, c’era dell’altro: <La mia è una malattia progressiva, ti rendi conto di questo? Non può fare altro che peggiorare… come posso pensare di continuare a fare questo lavoro… con la stessa efficacia, lo stesso impegno?> La mano della professoressa Giunchi si chiuse allora sulla fradicia camicia del collega con tanta spasmodica forza, da farne stillare acqua, mentre diceva: <Senti, bambolo… non devo certo essere io a ricordarti dell’esistenza di quelle cose chiamate ausili, vero? Mai pensato all’utilizzo di una carrozzina?> lui abbozzò una sterile difesa con un <No, io non voglio…> ma lei non gli diede il tempo di articolare altro, incalzandolo con un <e in quanto all’impegno poi, quello è dato dalle motivazioni, non dalle condizioni fisiche!>. E proseguì su quel tono, ancora e ancora. Sciorinò davanti a Gianni tutte le ragioni per cui lui poteva svolgere benissimo il suo ruolo anche con una mobilità ridotta al minimo. Del tutto inaspettatamente poi, la donna passò a parlare dei problemi generali dell’insegnamento, di quelli della scuola… e di sé: parlò della grande tradizione italiana dell’inclusione dei ragazzi disabili e in difficoltà, ammirata in tutto il mondo ma che necessitava di nuova linfa se non voleva perdere di vista i suoi principi fondanti… attualmente mancavano infatti dati aggiornati sul numero dei ragazzi con disabilità presenti nelle scuole italiane, dati su dove fossero quei ragazzi e su come fossero composte le loro classi, mancavano perfino elementi su quanti fossero effettivamente gli insegnanti di sostegno. Parlò delle difficoltà del suo lavoro, dei ragazzi disabili che doveva seguire e che spesso non accettavano il sostegno, dei genitori di quegli stessi alunni che o avevano troppe aspettative oppure sminuivano il suo ruolo di insegnante chiamata a colmare il dislivello di apprendimento dei figli… Vennero infine a chiamarla per la deposizione e lui approfittò allora per rimettersi in piedi, con tremenda fatica nonostante l’aiuto dei sanitari dell’ambulanza (aiuto che accettò senza le abituali ritrosie); stette lì sulle gambe malferme, infreddolito e spossato, quasi privo di ogni energia vitale, fino a quando non la vide tornare nella sua direzione.

***

L’aria gelida le aveva appiccicato di traverso sul viso ciocche di capelli bagnate e intrise di fango. Il volto dai tratti irregolari appariva ora dolorosamente trasformato e attraente. Gianni fu sul punto di dire qualcosa, ma si rese conto che se avesse parlato in quel momento, l’avrebbe perduta. L’avrebbe allontanata proprio ora che aveva cominciato a capirla e a desiderarne la presenza, il contatto. Così non disse nulla, ma le prese le mani, rese livide dalla prolungata contiguità con l’acqua e gliele tenne strette, scrutandola intensamente negli occhi. Lei ne sostenne a lungo lo sguardo, muta, fino a quando non sfilò delicatamente le mani dalle sue e, dopo un’ultima occhiata carica di significato, si avviò lungo la strada devastata dal pantano e dai detriti, in direzione dei mezzi di soccorso.

In lontananza risuonava ancora il lugubre ululato di qualche sirena.

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